METTI UNA NOTTE D’ESTATE… UN’ECLISSI

 

Eravamo davvero in molti a guardarla. Forse non tanti quanti in quell luglio del 1969, quando uno di noi arrivò persino a toccarla. Ogni montagna, ogni tetto o spiaggia erano diventati osservatori dai mille telescopi puntati verso il cielo, perchè i nostri occhi avevano poteri eccezionali ed erano capaci di bucare la notte, incrociando lo sguardo dei rapaci, loro stessi stupefatti da quell’apparizione.

Ci siamo ritrovati in tanti a cercare un punto speciale da cui meravigliarsi, finalmente, dopo tanto tempo in cui avevamo dimenticato di esserne capaci. Eravamo quelli di sempre, bambini che raramente avevano alzato gli occhi in vita loro per vedere gli astri, nessuno glielo aveva mai insegnato, molto più abili a guardare in basso il piccolo schermo dei telefonini. E’ vero, tutti fotografavano maneggiando costosi cellulari, ma lei era lontana e irraggiungibile per quegli stupidi oggetti che cercavano di intrappolarla. Così la maggiorparte rinunciava e cominciava a parlare, perché l’eclissi rompe il silenzio e lo stupore fa aprire la bocca a suoni ancestrali, anche volpi e barbagianni saprebbero riconoscerli.

Nel nostro osservatorio in montagna, una montagna facile da scalare, si stava accalcati. Nel buio totale, non si riusciva a distinguere i volti ma solo voci, di qualcuno che ne sapeva un po’ di più e voleva raccontarlo, di bambini eccitati dalla notte, di ragazzi che si scambiavano una dichiarazione d’amore, giuro, senza uozzap e messaggini, ma faccia a faccia, frasi tipo: Sono venuto fin qui solo per te…, per vederti sotto questa luna…

Eccola, finalmente evocata, chi ha scelto di chiamarla così era un poeta e meriterebbe un premio!

E in sottofondo la musica dei Pink Floyd, the Dark Side of the Moon! Non importa da dove venisse, se da Spotify o da una cellulare, no troppo potente, ho pensato, immaginandomi uno di quei vecchi stereo portatili con altoparlanti posato sull’erba, uno di quei pesantissimi attrezzi che ci trascinavamo dietro nei nostri picnic  di Ferragosto. Una stretta al cuore,  i ricordi ma si sa, la luna smuove anche quelli e bisogna assecondarla.

D’un tratto, lei è diventata più nitida, più luminosa. Il nostro pianeta rotondo si spostava e lei si accendeva. I mari avranno ripreso a schiumare maree, i  bambini a nascere tutti insieme, chi più testardo di altri, ma lei sarebbe stata di tutti.

All’improvviso, un silenzio innaturale ha fatto irruzione nella musica e in tutto quel cicaleccio confuso. Tutti hanno chiuso gli occhi per esprimere un desiderio. Non abbiamo saputo fare altro che questo, nel nostro primitivo incontro con il divino, noi, uomini delle caverne che non sapevano ancora pregare ma sapevano già di poter chiedere.

E mi sono chiesta se da lassù, dalla luna, sia stato possibile vedere l’ombra sfilacciata dei nostri capelli spettinati dalla brezza o da quel moto di rotazione e traslazione di cui da sempre siamo in balìa. Ho cercato di vedere proiettate nel cielo le sagome dei bambini che si lanciavano in aria dalle altalene, nel buio, le braccia delle levatrici che presentavano i nuovi nati e l’esercito di draghi lattiginosi di tutti i  nostri desideri, che quello è il colore dei sogni, che in quell momento magico prendevano il volo.

 

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L’ENIGMA DELLA PILETTA

Dalle mie parti, dicesi ‘piletta’ il lavandino di servizio dove in genere si lavano gli stracci. Ricorda, in piccolo, il lavatoio delle lavandaie ma il concetto è l’opposto: quelle erano delle serve che si rompevano le reni, oggi, in alcune zone dell’Italia, è l’oggetto cult della casa.

Vi chiederete come mi vienga in mente di scrivere su un lavandino.  In realtà, la piletta è molto più di una semplice vaschetta dove si sciacquano gli stracci sporchi: è uno status symbol, un codice elitario, un privilegio che non tutti possono concedersi e che, pertanto, va ostentato, ma nessuno sa veramente perchè. Nei nostri banali appartamenti, il posto per la piletta è un sogno, un’utopia. Bisogna sempre sacrificarla per un letto o per il bidet, ma se qualcuno riesce ad istallarla anche in un bilocale, magari nel corridoio o in un angolo della cucina, prova un orgoglio indescrivibile.

Mi stupisco sempre  dell’intensa attività edilizia nei paesi dell’Italia centrale e meridionale, luoghi dove si piange sempre la crisi. Infatti, ad ogni mio ritorno, constato la presenza di nuovi edifici, di neo villette, o di trasformazioni/ampliamenti di strutture già esistenti. Le opere immobiliari, da noi, vanno esibite, perchè sono il risultato di anni di sacrificio, di progetti familiari intergenerazionali, di competizioni sociali che hanno un grosso impatto sulla politica e la vita cittadina. Nell’evoluzione immobiliare dei nostri paesi, si inizia in genere dall’appartamento con almeno due camere da letto, il salone, cucina e bagno. Concetti come il monolocale o lo studio equivalgono a crimini che infangherebbero di vergogna tutta la famiglia. Si va quindi avanti per gradi: la villetta bifamiliare, la villetta tuttapersè, il villone con cinque stanze e cinque bagni, con patio, statue nel giardino e la piscina.

Le nuove dimore sono caratterizzate in genere da un dispendio notevole di soldi e di energie, dallo sfarzo di materiali preziosi, marmi, stucchi, ceramiche decorate a mano, pietre antiche per caminetti e portali, e chisseneimporta se sui divani e sui tavoli trovate ancora delle belle incerate di plastica! Una volta messo piede nella proprietà, è in genere la padrona di casa che si occupa di fare il tour guidato della reggia. Il marito ha lavorato duro e guadagnato bene per poter realizzare il castello, ma non ha potuto mettere bocca su niente, neanche sul suo bagno personale. La moglie, consigliata spesso da madre e sorelle (persone esterne no, perchè sono invidiose!), ha provveduto alla scelta dei colori e delle piastrelle, basandosi non sul gusto personale ma su quanto premeditato dai fornitori di zona, veri responsabili di tutte le accozzaglie decorative delle aree di loro competenza.

Funziona così. I proprietari si recano nei depositi per scegliere le mattonelle, i pavimenti e le pitture. Il marito, in genere, fa semplicemente l’autista e non viene mai interpellato, semmai azzittito nel caso in cui si permetta di obiettare o esprimere una preferenza. Nel momento in cui entra nel negozio, diventa trasparente. Riacquisterà la sua forma tridimensionale quando si risale in macchina per tornare a casa, con la sola eccezione dell’attimo in cui sarà richiesta la carta di credito o, meglio ancora, la firma sul libretto degli assegni. I commercianti edilizi conoscono vita, morte e miracoli di chi abita in paese, le rivalità e le capacità finanziarie di tutti. Durante la scelta dei materiali, sono abilissimi a dirottare gli acquirenti sugli articoli più costosi ma non necessariamente più belli, anzi! Questi negozianti innescano una competizione tra i clienti presenti e gli altri compaesani con frasi del tipo: “Questo parquet è molto elegante… certo… niente a che vedere con quello scelto dalla famiglia Pizzotta, che ho dovuto far arrivare appositamente dal Brasile…”

Le padrone di casa allora, caricano il mappamondo nel loro cervello e, visualizzato più o meno dove si trova il Brasile, ordinano senza esitazione i listoni autoriscaldati della Tasmania, che non sono ancora stati inventati ma che sono sicuramente più chic e più esclusivi delle banali travi brasiliane.

I mariti intercettano le parole Brasile (calciomercato?), e Tasmania (malattia canina?) ma non capiscono assolutamente di cosa si stia parlando, nè osano domandare visto che le donne sono già tanto infoiate sull’argomento. Così tornano ed estraniarsi, aggirarndosi nei capannoni in cerca di una toilette.

La scelta dei materiali, telecomandata quindi dai negozianti, viene effettuata in base ai costi (i più alti possibie) e alla provenienza geografica anche da paesi inesistenti (là si vede l’abilità del commerciante), ad eccezione della scelta della piletta. Qui, la trattativa subisce un rallentamento e la spavalderia dei fornitori vacilla. Nei magazzini, non c’è una grande varietà di pilette, dato che nel resto del mondo il concetto è sconosciuto e i produttori dell’articolo sono limitati. Si rischia che, andando a casa del vicino, si ritrovi la stessa e questo sarebbe imperdonabile.

Per cui i negozianti propongono delle soluzioni personalizzate (custom, pronuncia custom) per evitare questa tragedia, suggerendo cagate pazzesche, tipo pilette con coperchi colorati sullo stile dei cessi moderni, pilette mimetizzate con i mobili della cucina, ma non più di tanto perchè la piletta se deve vedé.

Subentrano comunque altri problemi. Primo: quante pilette istallare in casa? Secondo: dove?

Se alla padrona di casa basterebbe una sola piletta, in un bagno di servizio, la madre e le sorelle sono di ben altro avviso. Almeno una per ogni piano, sennò che fai, ti trascini il secchio degli stracci da un piano all’altro? Vada per due pilette interne e una esterna (il portico ha bisogno di più ripassate e non si puo’ fare avanti e indietro con l’acqua lercia.

Terminati i lavori, l’arrivo di un ospite costituisce finalmente il pretesto per ostentare la sfarzosità della dimora, i preziosi arredi e le ceramiche dipinte a mano. La padrona di casa lo accoglie emozionata, elencando i nomi dei designer, spesso storpiati (Oscar Te La Rende, Roberta nel Camerino, etc.) ed è impaziente  di mostrare il pezzo forte della casa, il blasone della più nobile delle attività domestiche.

”… e soprattutto, abbiamo inserito anche tre belle pilette per gli stracci” –  esulta finalmente.

Nel bagno principale o in cucina, in mezzo a costosi sanitari con rubinetteria cromata a mano, campeggia la mitica piletta, in tutta la sua enigmatica bruttezza.

Perchè ‘sta fissa delle pilette? – mi chiedo esterrefatta. Ricordo lontano di un’epidemia di colera che ha colpito il paese in tempi remoti, quando gli stracci si lavavano nel lavello? Una sorta di riscatto di nostalgiche lavandaie divenute finalmente proprietarie di casa? Un codice erotico, che ricorda il movimento delle lavanderine, chine a strofinare, le zinne in mostra e i fianchi dondolanti, che facevano ribollire il sangue ai padroni? Il mistero resta.

Una cosa è certa: dove c’è piletta, l’uomo non conta una mazza e le casalinghe, tutto sono, tranne che disperate. Da oggi, fateci caso.

 

 

 

 

 

 

 

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MIND FULL o MINDFUL?

Conferenza sulla meditazione a scuola. Studi scientifici hanno dimostrato che i bambini si stressano di meno e ottengono migliori risultati se meditano… Nel corso della conferenza, era necessario che pure genitori e insegnanti meditassero per capirne l’efficacia. Hanno inoltre mostrato le risonanze magnetiche dei cervelli di monaci buddisti, con limitate tracce di attività neuronale, segno di appagamento e di totale mancanza di stress grazie a queste pratiche millenarie.

Ora, mentre queste immagini di scanner scorrevano sullo schermo, ho dato un’occhiata intorno a me ed ho notato che le varie decine di mamme e papà guardavano continuamente l’orologio, perché si avvicinava il momento dell’uscita dei figli da scuola. Durante la meditazione che ne è seguita, non facevo altro che visualizzare e mettere a confronto i cervelli di questi genitori in pena con quelli dei monaci. Questi ultimi, parliamoci chiaro, pregano un sacco,  ogni mattina devono mungere gli yak per fare il burro, mangiano sempre le stesse cose, ma detto ciò, de che se devono preoccupà nella vita?

Immaginavo la risonanza impazzita del mio cervello dato che, oltre ad essere sulle spine perché si avvicinava l’ora di pranzo e non avevo preparato niente, mi scervellavo, appunto, a immaginare tutte quelle materie grigie in azione.

Ad un certo punto, durante la nostra pratica meditativa, hanno mostrato la foto di una grossa fragola, succulenta, rossa e lucida. Dovevamo fissarla per qualche secondo e poi descrivere la prima cosa che ci veniva in mente e le nostre sensazioni. La maggior parte dei partecipanti ha ammesso di aver provato l’acquolina in bocca con tanto di abbondante salivazione.

I miei pensieri, invece: pesticidi, angoscia, prodotto di serra, OGM, non a chilometro zero, non biologico, conservanti, ansia, non equo e solidale, sfruttamento dei coltivatori, ansia, cancro.

Tutti i presenti, quella fragola se l’erano già mangiata anzi, se n’erano mangiato un cestino intero, senza paranoie, ed erano felici e contenti con il loro bolo di saliva in bocca.

A me, la semplice foto di una grossa fragola matura aveva scatenato dei sensi di colpa giganteschi. Eppure mi ero concentrata su tutte le dita dei miei piedi, su quelle delle mani (lo smalto si era scorticato…), avevo seguito il mio respiro dentro la pancia che si gonfiava e si sgonfiava, cercando di pensare a qualcosa di bello e di mandare via i pensieri negativi in colluttazione tra di loro. Niente. Il pesticida aveva sbaragliato tutti e mi si era parato davanti senza un attimo di esitazione.

Ho pensato con invidia, che tutta quella gente a pranzo avrebbe assaporato una bistecca e il mango selvatico del Camerun, mentre io sono diventata vegetariana per non mangiare animali uccisi, che faccio chilometri per trovare prodotti bio trascinandomeli in metropolitana dentro borse riutilizzabili pesantissime, peggio di un carbonaio; che impongo a tutta la famiglia di mangiare broccoli, mele e pere finchè non arriva l’estate e mio marito e i miei figli me li tirano dietro e, quando io mi assento per qualche giorno, riempiono il frigorifero di pomodori all’azoto, salse spalmabili ai nitrati e nitriti, wurstel e hamburger a scadenza ventennale, ciliege del Botswana e merendine coreane al sapore sintetico di aragosta.

Finalmente, con uno spirito mindful, risalgo all’origine di tutte le mie fisime: ma non sarà pure per colpa di ‘sti monaci dal cervello immacolato, se prima di comprà anche solo una patata, mi faccio cento seghe mentali?

Se non ci fossero stati loro ad invasare gli hippies, se non ci fosse stata la minchiata della New Age, gli Hare Krishna ciondolanti e i cibi vegani, la moda dei viaggi in India per ritrovare se stessi, io, con la mia coscienza troppo coscienziosa,  non sarei a questo stadio di paranoia.

Nella sala, mentre la platea medita al suono di campanelle tibetane, mi sfilo dal mio casino mentale e, all’improvviso, mi rassicuro pensando a mia nonna, che è campata novant’anni di serenità all’oscuro di mantra e pratiche esotiche, lavorando sodo e mangiando polenta o gnocchi con sugo di spuntature di maiale fino al giorno prima di morire. Lei, incazzosa e mistica allo stesso tempo, che quando mi vedeva nervosa tirava fuori il mattarello e la spianatoia e diceva: ‘Vieni, annònna, che ti faccio due ravioli” e cominciava ad ammassare. Più che una preghiera, una meditazione ecumenica.

Avessero fatto uno scanner al suo cervello in quel momento, ne sarebbe venuta fuori una nuvola di farina.

La campanella smette di vibrare. Lo so, non sono stata mindful, non mi sono concentrata (io, figuriamoci i bambini!), mi sono distratta ancora una volta. Non ho avuto visioni trascendentali eppure mi sento bene, meglio degli altri genitori in ritardo che schizzano fuori dalla sala per andare a prendere i pargoli scalmanati. Ma anche loro in fondo, mi sembrano felici di recuperare finalmente la loro marmaglia urlante, infischiandosene degli strombazzi delle auto in doppia fila.

Perchè… lasciamola ai monaci tutta ‘sta meditazione. Noi, godiamoci il nostro occidentali’s karma!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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8 MARZO: LA GRANDEZZA DI CERTE DONNE…

Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di ammetterlo. Si sapeva, altro che se si sapeva, ma nessuno degli interessati ha mai voluto confessarlo. Per paura, per vergogna. Ma chi avrebbe potuto capirli se non quelli che provavano lo stesso sentimento? E nonostante questi individui costituiscano una fetta importante della nostra società, nonostante siano più che una comunità, oserei dire una setta a livello nazionale, si sono sempre nascosti. Oddio, non proprio nascosti ma sicuramente camuffati, per non divenire facili bersagli e per proteggere, il più delle volte, la persona amata.

Li abbiamo aggrediti, umiliati, ricattati barbaramente, denigrati alla prima occasione. Ne abbiamo sparlato lungamente nei nostri salotti, dal parrucchiere o dall’estetista.  Dopo tanti anni di silenzi, di frustrazioni e incomprensioni, qualcuno ha avuto il coraggio di dirlo anzi di fare un coming out sui giornali.

Colui che ha finalmente rivendicato di essere un mammone e di esserlo proud to be, signore, è stato Al Bano. Quante cose dobbiamo, anzi l’intera società deve a quest’uomo! Oramai non si contanto più. La sua voce straordinaria, talvolta insopportabile, ha regalato all’umanità melodie che hanno segnato la vita di ogni uomo in ogni continente, come il Ballo del Qua Qua e Felicità. Ci ha tenuto con fiato sospeso per le sue vicende amorose, un po’ torbide e quindi intriganti, a dire il vero. Prima Romina, con la quale, per alzare due soldi,  riesuma lo storico duo che si è sfanculato quarant’anni fa, ma che è ancora osannato da platee sconfinate di uzbeki e nomadi delle steppe. Questi fans tardivi hanno scoperto la celebre coppia italiana solo dopo il crollo del comunismo e sono ancora in piena fase di isterismo durante i loro concerti. Poi è arrivata la Lecciso, una signora tanto a modino, che partecipa ai reality inondando gli schermi di silicone e del suo inconfondibile stile da contessa inglese.

Insomma, di coraggio quest’uomo ne ha sempre dimostrato tanto, ma nessuno si sarebbe mai aspettato quest’ultimo exploit davanti al mondo. Non è bastata Asia Argento, donna integerrima, una casta puella oserei dire, che ha rivelato finalmente lo scandalo delle molestie sessuali che ha dovuto subire obtorto collo (scusate il latino, quest’oggi) per diventare la grande diva che è oggigiorno.

Al Bano ha volute fare di meglio, esagerare, come suo solito. E con il titolo dell’intervista rilasciata ad un famoso giornale, ‘LA VERA DONNA DELLA MIA VITA È MIA MADRE’, ha rotto il silenzio su un fenomeno tabù che ha costituito il cruccio di intere generazioni di uomini, nonché di battaglie perse da parte di tante donne.

Pare che le parole di Al abbiano avuto una risonanza tale che, lo stesso giornalista che lo intervistava sia scoppiato in lacrime, abbracciandolo, grato, per averlo in qualche modo sollevato dalla responsabilità di dire a sua moglie quello che avrebbe volute dirle da sempre:

“Cara, ti ho sposata ed ho fatto dei figli con te, ma mammà resta l’unico amore della mia vita”.

Lettere scritte con il sangue e mail umide di commozione hanno intasato la cassetta postale di Al Bano, del giornale e della madre di Al Bano, che è la vera grande star di tutta questa storia, che, zitta zitta, come tante altre suocere, ha saputo sbaragliare le due nuore e tenersi il figlio stretto stretto tutto per sè.

Quindi, ancora una volta, grazie Al.

Grazie per questo pensiero inaspettato nel giorno della festa della donna. Fa male sì,  ma almeno è sincero.

E voi, cari mammacchieri, se proprio volete farci un regalo per questo 8 Marzo, lasciate perdere il solito mazzetto ipocrita di mimose. Piuttosto, manifestatevi una volta per tutte. Hasthag: #IosonoAlBano!

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LO ZEN E L’ARTE DI PREPARARE I PANINI

 

In casa mia, persiste una lunga tradizione della farcitura dei panini.

Dalle elementari fino al liceo, non avendo ancora inventato le merendine (ad eccezione del Buondì Motta e della Girella), mia madre doveva scervellarsi x mettere in cartella lo spuntino della mezza mattinata e poi quello del pomeriggio, quando si restava anche al doposcuola. Io e mia sorella eravamo due rompiscatole perché non mangiavamo cose dolci nè formaggi. Si doveva dunque andare sul salato, tipo pane e tonno, pane e pomodoro, la frittata e qualche volta il prosciutto. Il prosciutto naturalmente non era mica il San Daniele! Era piuttosto un tipo nostrano, quello dei contadini, saporito per non dire salato, le cui fette erano belle erte e ti saziavano come una bistecca.

Prima di metterlo nel panino, mia madre lo tagliuzzava con le forbici per paura che ci strozzassimo con i fili di grasso, retaggio di una sua brutta avventura quando si era vista infilare due dita nella gola da una vecchia zia, convinta che lei stesse soffocando. Questo episodio le aveva scatenato la fobia degli affettati e ora si vendicava sulle nostre merende. Una volta, durante una gita scolastica, un mio compagno di scuola se ne accorse e cominciò a lanciare in giro i miei coriandoli di prosciutto, mortificandomi davanti a tutta la classe. Io ammiravo i miei amici che addentavano con disinvoltura cotolette spesse tre centimetri,  senza segni di soffocamento, esibendo dentature possenti come quelle dei tirannosauri.  Viceversa, loro inorridivano della mia incapacità a deglutire anche solo un po’ di affettato. Da quel giorno, anche il prosciutto fu bandito dal picnic scolastico.

Mia madre dunque, di tutta risposta, prese ad approfittare delle gite scolastiche per esibirsi nell’arte della preparazione dei panini alternativi. A parte la coppa o la trippa (solo il giovedì), la frittava restava un classico, con la scamorza (con moderazione perchè anche quella, cotta, faceva i fili capaci di soffocarci), con le zucchine (solo a partire dalla tarda primavera perchè prima non se ne trovavano) oppure con le cipolle (che spesso barattavo durante il viaggio con qualcosa di meno puzzolente, se ero seduta sull’autobus con il più carino della classe).  La frittata con le cipolle riscuoteva sempre un certo successo e poteva costituire una valida merce di scambio, soprattutto per un panino alla Nutella cha a casa nostra si vedeva raramente.

Crescendo, al liceo, non ne potevamo più di frittate, così mia madre passò ai ripieni più fantasiosi, vedi panini con la parmigiana di melanzane, con l’indivia alla napoletana, con le alici fritte dorate (per il fosforo) o come minimo, con la peperonata. Durante l’inverno, non era raro aprire la rosetta e trovarci broccoletti e salsiccia avanzati dal giorno prima. In quel caso, la temperatura contribuiva a compattare il tutto con il grasso solidificato della salsiccia. Dopo una merenda così, eri esonerata dal fare i compiti o dal partecipare attivamente durante il doposcuola. Ti era permesso di accasciarti sul banco a digerire come un’anaconda.

Seppure disgustati all’inizio, in seguito i miei compagni si dissero pronti ad uno scambio, anche a panino iniziato. Fu così che, grazie ad un baratto, scoprii il Philadelphia (con quel nome straniero mia madre si rifiutava di comprarlo), o il paté di tonno,  molto più chic e digeribili della trippa o dei broccoletti.

Detto questo, capite perchè a casa nostra, il panino è un banco di prova delle nostre doti culinarie. Banditi i soliti ripieni, tipo formaggio e prosciutto cotto, la mozzarella e il pomodoro, che al Nord non sanno di niente, io e mia sorella ci rifacciamo alla tradizione di famiglia, pure migliorata, se volete.

La frittata fa sempre la sua comparsa, anche travestita da omelette (cambia nome a seconda di chi frequentano i figli). Riproponiamo quindi quella con i funghi, i carciofi, le zucchine e i peperoni, in qualunque periodo dell’anno, tanto ora ci sono le serre. Tra le varianti sofisticate del panino ha fatto la sua comparsa il salmone affumicato su un letto di formaggio cremoso, come direbbero i libri di ricette da caghini. Come ripieni alternativi, uova sode, maionese e julienne di carote e peperoni crudi, tutti rigorosamente bio, oppure verdure trifolate con tonno o melanzane grigliate con fettine di emmenthal o taleggio.

In vista di un viaggio in macchina, la cosa si fa più complessa. La preparazione dei panini comincia la sera prima, per fare insaporire le verdure, se non per preparare e far lievitare i panzerotti al forno, variante introdotta da quando la condizione di emigrante si è fatta pressocché definitiva. Il viaggio assume tutto il suo valore simbolico e i panini più che mai, un po’ come il pane azymo per gli ebrei e la loro fuga dall’Egitto.

La vigilia della transumanza, si aspetta che la rumorosissima famiglia si addormenti e, con la calma notturna della notte,  si procede. Mia madre, prima delle nostre gite scolastiche preferiva alzarsi alle 5. Io non vado mai a dormire prima delle 3 per dare il meglio di me per il picnic itinerante.

La mattina della partenza, si fa colazione in mezzo ad un odore di cipolle, spezie e verdure che pare di stare in un souk, che persino i gatti, nauseati, non hanno il coraggio di avventarsi sulle crocchette.

La farcitura dei panini richiede una grande concentrazione, per non sbagliarsi sugli abbinamenti, non sia mai mescoli la scarola in padella destinata alla tiella con il tonno.

Con le mani unte e bisunte, si procede all’operazione incartamento che, oggi, è facilitata dall’esistenza di fogli di alluminio e di plastica trasparente. Quando io ero piccola invece, il panino con la parmigiana di melanzane,  grondante olio fritto e sugo al basilico, si avvolgeva in dieci fogli di carta da pane riciclata e, infine, si sistemava dentro una busta di plastica (da riportare a casa x poterla riutilizzare) per evitare che i libri e i quaderni  si mescolassero a tutto quel ben di Dio. In una fase più evoluta, ricordo che queste squisite bombe biologiche venivano conservate in portapranzi simili a quelli usati dai soldati durante la prima Guerra Mondiale.

Finalmente i nostri panini moderni, avvolti nel Domopack come piccole mummie, vengono sistemati in una borsa termica che li conserverà per tutto il tragitto. Ma ecco che non è passata neanche un’ora da quando siamo partiti, che già qualcuno ha fame e dopo qualche minuto, non si sa come, tutti cominciano ad aver fame, e la macchina è inondata dell’odore della nostra cucina che pare sia venuta, pure lei, in viaggio con noi.

E mentre è tutto uno scartare di plastica e alluminio, come non si mangiasse da secoli, mi ritrovo a guardare nel retrovisore il paesaggio che si dilegua dietro di noi, proprio come la mia adolescenza.


E mi vengono in mente tutte le gite scolastiche, le Pasquette, i centogiorni prima degli esami,  i picnic di ferragosto con gli amici, che non si faceva in tempo a parcheggiare la macchina o il motorino e già si addentava qualcosa o si accendeva la carbonella. E quei viaggi brevi , ma incredibilmente lontani da casa, erano la nostra libertà, il nostro futuro, per sempre on the road, come in America. E i nostri panini, sbocconcellati a morsi impazienti, e i nostri canti a squarciagola, strimpellati  alla chitarra, prendevano già il sapore di sandwich e rock’nd roll!

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ACHTUNG! STATE PER ENTRARE NELLA DARK ZONE

 

Che sarà ‘sta Dark Zone? Senza che vi scervelliate, ve lo dico io. E’ quella parte un po’ perversa di ognuno di noi che vogliamo tenere nascosta agli altri e dove possiamo osare cose proibite che nessuno dovrebbe sapere, un po’ perché non sta bene, un po’ perché in fondo in fondo, ci sentiamo ridicoli, un po’ perché temiamo le reazioni altrui. Anche se secondo i manuali di psicanalisi, essa dovrebbe esistere dalla nascita, ci si accorge di avere la propria Dark Zone in particolari momenti della vita.

L’adolescenza, penserete voi, l’età della ribellione, della trasgressione.

No, piuttosto i cinquant’anni, la famosa mezza età che è un reflusso biologico dell’adolescenza. E come per il reflusso gastroesofageo, che prima non se ne sentiva parlare, ora invece ce l’hanno tutti,  ‘sta Dark Zone è divenuto il rifugio preferito dei cinquantenni e delle cinquantenni che, finalmente , pensano di poter gestire dentro questa “dimensione”, tutte le cazzate demenziali (generalmente a sfondo sessuale, inciuci o avventure sui siti d’incontri)  che si (ri)cominciano a fare a questa età.

Per molti di noi, la DZ è una scoperta tardiva, come il tango o la danza del ventre a sessant’anni quando ti fanno già male le articolazioni e i reumatismi non ti danno tregua, nient’altro che mode, causa di molte frustrazioni e di spettacolari conseguenze.

Ricorrere alla Dark Zone permette di:

  1. Autoassolversi perchè è un nostro diritto conservare e possibilmente arricchire questa parte oscura (che poi, noi non ci sappiamo girà, all’oscuro, e facciamo sempre un sacco di casini);
  2. Avere un argomento eccitante di conversazione con i propri amici/amiche intimi, senza pensare che così facendo, la dark zone è meno dark perchè ve siete fatti sfuggi’ delle confidenze di troppo (ah regà, nun potete capì che m’è successo…!);
  3. Giustificarsi con il proprio partner nel momento in cui questo viene a scoprire che avete fatto il cascamorto o la sciacquetta con qualcun altro, oppure che avete infilato una serie di bugie quando lei, vostra moglie, vi faceva in compagnia dei vostri amici (bboni, quelli!) e voi stavate altrove.

Ammettere di avere una Dark Zone fa aumentare il vostro punteggio agli occhi dei vostri amici frustrati che, come il Punto G, non hanno ancora capito ‘ndo sta, e al massimo si possono permettere qualche film porno mentre voi… (roba vecchia, ah regà,  mo’ er film porno lo fai te, nun poi capì!).

In realtà, grazie ai social media, dove si pubblica di tutto e di più, il mito della Dark Zone è bello che finito. Instagram, Facebook e Uozzap devastano il fascino trasgressivo del nostro lato oscuro come un uragano nei Caraibi. Come video kills the radio stars! Freud si rivolterebbe nella tomba se vedesse oggi com’è sputtanata la sua intuizione, non meno di altre cose bizarre da lui definite, come l’invidia del pene.

I più grandi paladini della DZ non se sanno tené un cece in bocca! E tra allusioni, foto e battute, ecco là che la Dark Zone è diventata bianco sporco, con striature di pulp perchè anche vostra moglie, nel frattempo,  ha scoperto che l’avete ingannata e vi starà picchiando.

Ecco un esempio tra i più comuni per cui si ricorre alla Dark Zone. Inutilmente. Quando arriva un SMS o un uozzap di una sconosciuta e vostra moglie lo legge. Famo finta a Roma.

Chi è mo’ questa che t’ha inviato ‘sto messaggio alquanto ambiguo?”

“Chi? Dove?”

“Questa, ‘sta Laura. Che è che dovemo scoprì io e suo marito?”

“Ma che stai a dì? Nun è niente, nun c’entrate niente, tu e suo marito! E’ una della palestra, nun so manco come se chiama e se c’ha un marito…

“Nun t’arrampicà sugli specchi che te rompo la testa a mazzate e pure gli specchi, che porta male! Qui c’è scritto che se chiama Laura e che c’ha un marito…

“La solita malfidata! E’ una a cui voglio rivende il motorino! Il marito non deve sapè che se lo vole comprà …

“E io, che cosa non devo sapè? Che te lo paga in natura, il motorino? E poi, da quando in qua hai intenzione di venderlo?

Una volta messo nell’angolo, lui invoca la Dark Zone, con la speranza di pietrificare la moglie arrabbiata come un’ape, di fare un incantesimo che la renda muta e le cancelli la memoria per una decina di anni, come il flash di Man in Black. E là, con aria di superiorità e con una certa convinzione, pretendendo seriamente che la moglie si mostri sorpresa e devota al suo lato misterioso,  il marito sfodera la parola magica:

“Ahò, e che te devo di tutto? Guarda che ognuno deve tenè dei segreti, una Darche Zone proibita (perchè se l’inglese non lo sai bene e in più sei pure de Roma, la e alla fine se sente sempre!), senno’ ndo sta il mistero di una persona? Lo dice pure Froide!

“Damme qua, damme sto telefono, famme vedè ‘sta Darche Zone e il mistero di Pulcinella!

A questo punto, la vostra credibilità scenderà in picchiata come la Borsa di Wall Street nel 1929 con catastrofi imprevedibili. Seguiranno incursioni nei vostri account personali, con insulti più o meno estesi contro la suddetta Laura (puttanella da quattro soldi! Viè qua che dico tutto a tu marito…), contro gli amici (‘st’infami, fa che se ripresentano a casa nostra!)  complici per aver commentato i post con un “anvedi che gnocca”.

Dopo sarà il diluvio, anzi una colata lavica social che farà terra bruciata intorno a voi, un deserto dei tartari dove nessuno oserà più mettere piede. Vi toccherà cambiare account, sperando che il partner non lo scopra e ricominciare tutto daccapo. Addio followers, i like e I cuoricini che venivano giù a profusione nella rete. Tocca rimpostà tutti i contatti, impresa che solo i narcisisti più motivati possono intraprendere.

Inoltre, la vostra collezione di soldatini vedrà una quindicina di esemplari in meno, le vostre riviste preferite serviranno da lettiera per i gatti e quando nel letto vi girerete verso la vostra compagna in cerca di una riconciliazione, vi troverete invece di fronte il Nano Brontolo, con un umore molto molto dark!

 


 

 

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BENVENUTO AI MONDI

 

Il momento era arrivato. Non avevo ancora ben capito cosa sarebbe successo, ma sapevo che avrei dovuto separarmi da mia madre.

E’ così che si viene al mondo, pare. Quanto a me, non c’era solo un mondo ad attendermi: c’erano intere galassie ad aspettarmi. Per questo mia madre era fiera di quello che stava per succedere e non aveva alcun timore.  Continuava a ripetermi che quella era la nostra sorte, che eravamo stati concepiti per qualcosa di straordinario, ma le sue parole non bastavano a mandar via le mie angosce e mi guardavo intorno  impaurito.

Quando un essere vivente viene al mondo, viene alla luce.

Per me, sarebbe stato il contrario. Mi attendeva un lungo viaggio verso il buio dopo che, per tanto tempo, avevamo percepito la luce algida di impassibili incubatrici. Tra le tante mani metalliche che avevano incessantemente lavorato intorno e dentro di me, ne avevo sentita una, diversa e morbida. La mano di una donna, presumo, che aveva più volte toccato con dolcezza il mio corpicino che si stava formando, pezzo dopo pezzo. Quella mano mi aveva salutato con un’ interminabile carezza prima che io e mia madre ci avventurassimo verso i territori lontani cui eravamo destinati.

Ora, mentre io mi preparavo a separarmi da lei, mi concentravo su quel ricordo, per provare nuovamente il calore di quella mano, sforzandomi di sentire la sua impronta tiepida sulla mia testa. Era tutto quello che mi interessava, l’unica sensazione nitida che il mio cervello era capace di distinguere in quel momento.

Ogni nascita è dolorosa.

A dire il vero, io non ero mai stato nel grembo di mia madre ma in una tasca esterna, come un piccolo marsupiale, un piccolo koala stralunato. Era così che mi chiamava la voce gentile che mi salutava ogni sera quando tutti andavano a dormire e si spegnevano le luci dell’ incubatrice. Questa voce, di cui non riuscivo a vedere il volto, mi sussurrava parole d’amore, compiacendosi che fossi cresciuto ancora un po’ e confessandomi che le sarei mancato, perché in fondo, mi considerava una sua creatura. Forse la mano che mi accarezzava e la voce che mi addormentava erano della stessa persona. Ma non l’ho mai saputo veramente.

D’ un tratto, quando il rumore intorno a me divenne fragore, capii che stavo per nascere e che, a differenza dei cuccioli d’ uomo che per sopravvivere hanno ancora bisogno  di assistenza, io sarei stato in grado di cavarmela da solo, assolutamente da solo.

Ogni nascita è salutata da un fiocco, rosa o celeste che sia.

Per me invece non avevano previsto alcun colore, ma fu un fiocco di pura luce a squarciare il buio e lo videro da lontano, da tutto il mondo anzi, da tutti i mondi.

Accompagnato da questa scia luminosa, mia madre mi salutò, promettendomi di ripassare spesso per vedere come mi sarei comportato.

Sulla terra sarei stato considerato un prematuro: erano passati solo sette mesi da quando mi avevano sistemato in quel marsupio ed ora vagavo da solo nello spazio. Forse per questo non ero ancora sufficientemente robusto. Forse per questo non feci proprio tutto quello che si aspettavano da me… Aggiungete tutta quell’emozione! Quel salto nel buio non lo aveva mai fatto nessuno prima di me.  E mentre volavo via, cercavo di ripassare tutto quello che sapevo avrei dovuto fare, ma la distanza tra me e il punto di arrivo diminuiva sempre più in fretta ed io avevo perso ogni lucidità, seminando numeri e formule nella discesa. Infine, devo essermi addormentato, sognando di tuffarmi nel mare, un mare che non avevo mai conosciuto in realtà, ma doveva pure essercene uno da qualche parte, in quel posto così ostile.

L’ impatto fu rocambolesco: venni giù come un sasso e sollevai tanta di quella sabbia che si sarebbe detto un’onda. Sì, io avevo creato un’onda di polvere di stelle, perché di questo mi sembrava fatto il pianeta su cui ero precipitato.

Di colpo, una tristezza improvvisa mi avvolse. Come un monello  che nessuno più sorveglia, avevo combinato un pasticcio: ero stato maldestro e più nessuno sarebbe stato fiero di me.

Mi sbagliavo invece! Quando, mortificato, mi voltai verso il cielo, già certo di una punizione, lo vidi.

Tra pianeti e astri che si rincorrevano in quel buio immobile, seppur velato dal tempo e dai chiarori opachi degli universi extraterrestri, riconobbi  il suo sorriso orgoglioso.

Il mio nonno celeste, il cacciatore di pianeti e nebulose, il grande Schiaparelli mi dava il benvenuto.

Il benvenuto ai mondi.

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IL RAZZISMO DELLE CASTAGNE

 

Da sempre, nelle domeniche autunnali, mi concedo delle escursioni nei piccoli villaggi del Lazio o dell’Abruzzo, per sentire l’odore dei camini accesi e fare passeggiate nei boschi, magari in cerca di funghi o di castagne. Da un po’ di tempo però, è sempre più difficile accedere ai castagneti, per raccogliere quel sacchettino di castagne da fare a caldarroste, a casa, con la soddisfazione di mangiare il frutto della raccolta invece che quello comprato al supermercato. Quest’anno poi, la nostra spedizione nel bosco è rimasta infruttuosa in quanto, ci hanno spiegato, i castagneti di queste due regioni sono stati attaccati da voraci parassiti, tali cinipidi provenienti dalla Cina, che hanno devastato intere piantagioni, diminuendo drasticamente la produzione dei marroni. Sono pertanto rimasta sorpresa dal proliferare delle Sagre della Castagna in queste zone. Incuriosita e spinta dalla golosità, ho pensato di fare un giro in queste fiere di paese per vedere se riuscivo a rimediare qualcosa.

L’arrivo nei piccoli borghi è sempre problematico per via dei parcheggi selvaggi, anche se ho notato una migliore organizzazione rispetto agli anni precedenti. Comincio quindi il giro della fiera alla ricerca del calderone profumato. Si susseguono la bancarelle, una sequenza di cafonate che non c’entrano una cavolo con le castagne e tanto meno con i paesetti in questione: cappellini e souvenir peruviani, oggetti d’artigianato africano, indiano, cinese e balinese che non ci azzeccano niente con la stagione e la natura dei luoghi, oltre ad essere di rara bruttezza. Ma d’altro canto, se non ci fossero questi ambulanti multietnici, il mercatino si ridurrebbe a tre banchi di croccanti e di giocattoli d’altri tempi, sicuramente non rispondenti alle norme di sicurezza europee!

Vado avanti. Bancarelle di formaggi, miele e prodotti delle api provenienti da altre regioni e infine le immancabili crêpes francesi alla Nutella. Ma è possibile che non ci sia alcun prodotto locale in questa fiera? Eppure ricotta e pecorini, per non parlare dei dolci, non mancano da queste parti. Mi colpisce l’aria indaffarata dei rappresentanti delle Proloco, che si affannano per far sì che vada tutto bene, che la gente circoli e lasci un obolo alla comunità. Li osservo e mi domando cosa vada a finire nelle casse del comune, dal momento che la sagra appartiene a sconosciuti giostrai, a rozzi paninari e ad improbabili hippies settantenni  che ancora fabbricano le collanine con il rame e le perline come cent’anni fa!

Finalmente la fila per le castagne arrostite. Già il prezzo mi insospettisce. Non è certo paragonabile a quello dei caldarrostai di Piazza di Spagna ma neanche te le regalano. Provo ad indagare come mai costino così care.

– Sa – mi dice qualcuno – mica sono di qua, le castagne. Hanno dovuto importarle da altre parti. Quest’anno i parassiti cinesi si sono mangiati tutto!

Cazzo la fai a fare la sagra della castagna se le castagne non ce l’hai? Come se io un domani, mi sveglio e organizzo sotto casa, a Roma,  la Sagra del Tartufo di Montesacro. A Montesacro i tartufi non ci sono mai stati ma chissenefrega, li faccio venire da Alba, rimedio qualche fricchettone alternativo che fa le treccine giamaicane, due cinesi che disegnano il tuo nome (magari ci scrivono cotica e tu non lo saprai mai), due pachistani che fanno i guru in lievitazione ed ecco creato dal nulla il più grande evento autunnale di Roma.

Pago il mio cartoccio e mi rimetto in macchina.

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Montagne veronesi, a due passi dal Lago di Garda, una settimana dopo. Un cartello gigantesco attira la mia attenzione: Quarantaduesima Sagra della castagna di S. Zeno.

Aridaje, direbbe mio figlio.

Nonostante la delusione delle sagre laziali e abruzzesi, infatti, non resisto. La giornata è tiepida e soleggiata e forse vale la pena di tentare.

Arrivati in prossimità del paesino, gli organizzatori smistano i visitatori dirottandoli verso una serie di parcheggi allestiti per l’occasione. Un grande tendone ospita il punto ristoro dove per sette euro, puoi scegliere tra un primo a base di castagne (gnocchi, zuppe, risotto), una bibita e un dolcetto. Faccio la fila diligentemente e dopo pochi minuti sono seduta ad un tavolo, in compagnia di tedeschi venuti per l’occasione e di veneti ruspanti al terzo giro di vino rosso locale. Intanto, su un palco sfilano i vincitori del premio sulla migliore castagna dell’anno, o almeno così mi sembra di capire. Tra i giurati compare anche Katia Ricciarelli ma nessuno se la fila più di tanto. Sembra la Festa dei santi Martiri a Celano, quando i cantanti famosi si sgolano per un’intera nottata e nessuno applaude e loro, intimoriti,  prolungano i concerti per paura di rappresaglie del pubblico, cosa che peraltro si è verificata più di una volta.

A San Zeno, sotto il tendone, le celebrità non contano. Tutti ruminano.

Non facciamo in tempo ad alzarci che, nonostante la confusione, qualcuno ha già sparecchiato i nostri vassoi.

Inizia il giro tra le bancarelle. Questa volta solo formaggi locali, conserve e succhi di frutta di aziende agricole di zona, tartufi (del posto, s’intende) e un banchetto di sciarpette, cappellini e calzettoni fatti ai ferri da alcune signore indigene, modelli e colori che io non indosserei neanche morta, ma non più osceni di quelli peruviani o indiani dei nostri mercatini.

Finalmente le caldarroste, fumanti e profumate, spadellate direttamente dai grandi bracieri.

Mentre gusto l’antico sapore della castagna arrostita, do’ un’ultima occhiata alla fiera. Naturalmente, non un solo banco di cinesi, indiani, africani. Tutti gli espositori sono veneti doc, tutt’al più puoi trovare un paio di produttori della Lombardia. Ma stai tranquillo che il cinipide cinese, è stato fatto fuori anche là!

 

 

 

*per saperne di più:

http://ilcentro.gelocal.it/teramo/cronaca/2014/10/11/news/parassita-minaccia-i-castagneti-dei-monti-della-laga-1.10098693

http://www.brevanews.it/2014/05/16/vespa-del-castagno-terminata-la-lotta-biologica/

 

 

 

 

 

 

 

 

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LIEVITO PADRE

 

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Sulla scia dei rimedi fai da te, della new age, dell’aumento del reflusso gastroesofageo, delle coliti e dei gas intestinali, ecco finalmente la soluzione radicale, il toccasana che metterà fine alle nostre privazioni quanto a pizze, pane e focacce: il lievito fatto in casa.

Dicasi lievito madre ma sarebbe meglio chiamarlo lievito padre. La diffusione di questo elemento, diventato indispensabile nella cucina delle donne di un certo tenore sociale e culturale, è infatti affidato soprattutto ad uomini diventati improvvisamente custodi di un atavico segreto, pronti a rivelarlo dietro compensi inauditi.

A metà tra guru  e Banderas nella pubblicità del mulino bianco, questi nuovi santoni delle muffe organizzano corsi di preparazione del magico alimento, lezioni che vedono la concentrazione di signore in cerca di trucchi per rimanere giovani, sane ed appagate nel gusto  (e non solo, visto che poi una ripetizione privata con il santone del pane ci può sempre scappare).

Naturalmente, si accede ai corsi più fighi e più esclusivi grazie al passaparola tra amiche che vantano di benefici inauditi  in seguito all’assunzione e alla preparazione di pani davvero speciali. Il passaparola permette poi al santone di ricevere soldi senza alcuna ricevuta.

Il guru di turno, vestito di bianco che fa tanto trascendentale, ha già preparato sul tavolo gli ingredienti, acqua e farina in due parole, mentre con la mano protegge un piccolo montarozzo coperto da una pezza, la vera pietra filosofale di tutto il procedimento. Trattasi di un tocco di pasta di pane ammuffito antico, a detta sua, di cento cinquant’anni, una preziosa eredità lasciatagli dalla nonna di sua nonna, passata alla madre di sua nonna, alla nonna e, poiché a sua madre non gliene importava un fico secco di fare il pane in casa, arrivata direttamente a lui quando era ancora un ragazzo. Ora, seppure io faccia fatica ad immaginarmi questo tizio, più o meno della mia età,  all’età di quindici anni, occuparsi di quella cosa ammuffita invece di andare in discoteca, di farsi le canne e di  passare un sacco di tempo fuori casa con gli amici, se pure fosse stato così ligio ad accudire il lievito della nonna, mi chiedo, da un punto di vista igienico, dove ha passato tutto questo tempo la palla informe che mi trovo davanti, quante mani l’hanno palpeggiata e in che condizioni.

Mentre il mister racconta la storia del fossile lievitante, mi guardo intorno e penso che  questo signore, prima di inventarsi la stronzata del lievito, non era capace neanche di cuocersi un uovo al tegamino. Lui si accorge della mia diffidenza (forse è un vero santone e legge nei miei pensieri?) e passa immediatamente alla pratica, ovvero a come fare l’impasto, spiegandoci tutte le varianti con zucchero, yogurt, succo di frutta, che se ci aggiungi un pò di calce ne vengono fuori delle bombe batteriologiche che aumentano di volume un volta tirate in aria.

In ultimo, ci concede un pezzetto della sua palla spugnosetta con fare cerimonioso, manco fosse il miracolo dei pani e dei pesci.

Le signore pendono dalle sue labbra e fanno domande da cui si evince che loro, a casa, non hanno mai preparato neanche un banale impasto per la pizza e quindi quella del lievito madre si sta rivelando un’esperienza mistica. La vicenda si fa ancora più complicata quando il tizio spiega come mantenere in vita  il piccolo alien appena creato: bisogna nutrirlo con acqua e zucchero tutti i giorni e tenerlo in frigorifero. Io che mi sono sempre rifiutata di comprare il Tamagotchi ai miei figli per via della schiavitù che questo giochino comportava, mi ritrovo tra le mani una massa informe che mangia, respira e si riproduce ( e speriamo che non faccia anche il resto, che di lettiere bastano quelle dei gatti).

Finita la lezione e la pratica, ciascuna di noi avvolge la propria creatura in un panno portato appositamente da casa, sgancia la moneta al guru ed esce. E’ quasi ora di pranzo. Mentre stiamo per sparpargliarci dopo i saluti, una di noi propone di mangiare tutte insieme e scambiarci le nostre impressioni, un pò come gli apostoli. Un pranzo rapido prima di tornare a lavoro. Qualcuna guarda l’ora. Massì, dai, di corsa però. Dovrebbe esserci un McDonald proprio dietro l’angolo.

 

 

 

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Il Lungo, il Nuovo e il Pacioccone

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Proprio in questi giorni, seguendo tutto quello che avveniva in Italia, tra consultazioni politiche e Sanremo, mi è tornato in mente il titolo di questa canzone dello Zecchino d’Oro di tanto tempo fa. Il titolo originario era: il Lungo, il Corto e il Pacioccone ma nella mia testa è risuonato con quella storpiatura, il Lungo, il Nuovo e il Pacioccone.

Anche se il Lungo non mi dice niente, quanto al Nuovo e al Pacioccone, non ho alcun dubbio.

Seguire nello stesso giorno la creazione del nuovo governo, con Renzi che rottamava tutti i babbioni della scena politica italiana, e poi Sanremo, dove invece Fazio riesumava antichi cimeli della musica italiana, beh, c’era di che farsi venire le fibrillazioni.

Non ho condiviso l’accanimento dei mesi passati contro Renzi ed oggi, ad eccezione di due o tre déjà vus, vedere tutti quei visi nuovi nel parco macchine del Primo Ministro mi ha confortata. Non che io abbia capito bene chi siano e cosa facciano tutti quei ragazzi, ma insomma, voglio dare loro una chance. Invece, ancora nelle ora successive al giuramento, assistevo a colate di critiche e iettature da parte di nostalgici dei vecchi musi o di semplici gufi che stanno a guardare senza sporcarsi le mani.  

Al dunque, ho preferito cambiare canale.

Sono così approdata a Sanremo, dove Fazio e la Littizzetto si scatenavano sul palco con le gemelle Kessler, Raffaella Carrà nonché con il Mago Silvan, che si era autoimbalsamato con il botox e peccato che non gliene era avanzato un po’ per il collo, che gli penzolava come il bargiglio di un gallo cedrone.

E anche in questo caso, secchiate di critiche a Fazio, che lui è tutto perbenino, buonino, come l’angelo degli ospizi Rai e che questo modello non va più.

Insomma, come diceva la freddura sul perché, lungo le strade,  alcune mignotte accendono i fuochi e altre no, in Italia c’è chi la vo’ cotta e chi la vo’ cruda!

 

L’apparire, nello stesso giorno, di questi due animali da palcoscenico, Renzi e Fazio, così diversi tra loro  mi è sembrato un messaggio trascendentale: il passato è una garanzia (ma solo a Sanremo!) mentre il futuro deve fare a meno delle cariatidi, soprattutto in politica.

 

Renzi, che secondo me, già durante la prima conferenza stampa al Campidoglio si è dato una grattatina scaramantica, non ha esempi integerrimi a cui ispirarsi e ha dovuto inventarsi una squadra rivoluzionaria, piena di donne, spiazzando i vecchi abbonati di Palazzo Chigi che, a differenza di quelli della Rai, finalmente non staranno più in prima fila.

 

Fazio invece è stato cresciuto davanti a Carosello, la mamma aveva da fare in cucina e lui mangiava pappine guardando, con aria trasognata, l’energumeno seminudo che pubblicizzava i Plasmon, quella specie di Ercole che brandiva un martello davanti ad una colonna greca.

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Fazio, a mio avviso, è il miglior esempio che la troppa televisione non fa male, anzi.

Dai tempi di ‘Anima mia’, è fissato con il revival e più lui invecchia, più va a ripescare siglette, stacchetti e soubrette di altri tempi.

Meglio di qualsiasi processo di mummificazione, è capace di riportare in vita personaggi da museo, galvanizzando sul palco degli esseri preistorici che hanno fatto la nostra infanzia e la nostra adolescenza, quando si faceva merenda senza merendine, aspettando che svanissero le bande colorate sullo schermo e cominciassero i programmi.

Hai voglia a bollarlo come il bamboccione buono della televisione. Lui è un’acqua cheta.

Zitto zitto, con quella sua aria rassicurante da anticiclone della Azzorre, tra una Nilla Pizzi e un Aldo Fabrizi, ha fatto esplodere in mezzo al grande pubblico bombe biologiche come Saviano e Don Gallo, che qualcuno là fuori ancora rosica.

 

Insomma, Renzi e Fazio alternati, lo stesso giorno, sono come la sauna finlandese: rimettono in moto la circolazione, il pensiero, le idee. Potrei aggiungere gli ideali e le sane nostalgie.

 

E in fondo, come per la sauna, tra una sudata e una doccia fredda, il passaggio dall’uno all’altro non è così insensato: se anche Fazio a Sanremo ha le sue Nuove Proposte, Renzi ha il giubbino di pelle di Fonzie e, voilà, ecco affacciarsi i magnifici anni 60!

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