IL RAZZISMO DELLE CASTAGNE

 

Da sempre, nelle domeniche autunnali, mi concedo delle escursioni nei piccoli villaggi del Lazio o dell’Abruzzo, per sentire l’odore dei camini accesi e fare passeggiate nei boschi, magari in cerca di funghi o di castagne. Da un po’ di tempo però, è sempre più difficile accedere ai castagneti, per raccogliere quel sacchettino di castagne da fare a caldarroste, a casa, con la soddisfazione di mangiare il frutto della raccolta invece che quello comprato al supermercato. Quest’anno poi, la nostra spedizione nel bosco è rimasta infruttuosa in quanto, ci hanno spiegato, i castagneti di queste due regioni sono stati attaccati da voraci parassiti, tali cinipidi provenienti dalla Cina, che hanno devastato intere piantagioni, diminuendo drasticamente la produzione dei marroni. Sono pertanto rimasta sorpresa dal proliferare delle Sagre della Castagna in queste zone. Incuriosita e spinta dalla golosità, ho pensato di fare un giro in queste fiere di paese per vedere se riuscivo a rimediare qualcosa.

L’arrivo nei piccoli borghi è sempre problematico per via dei parcheggi selvaggi, anche se ho notato una migliore organizzazione rispetto agli anni precedenti. Comincio quindi il giro della fiera alla ricerca del calderone profumato. Si susseguono la bancarelle, una sequenza di cafonate che non c’entrano una cavolo con le castagne e tanto meno con i paesetti in questione: cappellini e souvenir peruviani, oggetti d’artigianato africano, indiano, cinese e balinese che non ci azzeccano niente con la stagione e la natura dei luoghi, oltre ad essere di rara bruttezza. Ma d’altro canto, se non ci fossero questi ambulanti multietnici, il mercatino si ridurrebbe a tre banchi di croccanti e di giocattoli d’altri tempi, sicuramente non rispondenti alle norme di sicurezza europee!

Vado avanti. Bancarelle di formaggi, miele e prodotti delle api provenienti da altre regioni e infine le immancabili crêpes francesi alla Nutella. Ma è possibile che non ci sia alcun prodotto locale in questa fiera? Eppure ricotta e pecorini, per non parlare dei dolci, non mancano da queste parti. Mi colpisce l’aria indaffarata dei rappresentanti delle Proloco, che si affannano per far sì che vada tutto bene, che la gente circoli e lasci un obolo alla comunità. Li osservo e mi domando cosa vada a finire nelle casse del comune, dal momento che la sagra appartiene a sconosciuti giostrai, a rozzi paninari e ad improbabili hippies settantenni  che ancora fabbricano le collanine con il rame e le perline come cent’anni fa!

Finalmente la fila per le castagne arrostite. Già il prezzo mi insospettisce. Non è certo paragonabile a quello dei caldarrostai di Piazza di Spagna ma neanche te le regalano. Provo ad indagare come mai costino così care.

– Sa – mi dice qualcuno – mica sono di qua, le castagne. Hanno dovuto importarle da altre parti. Quest’anno i parassiti cinesi si sono mangiati tutto!

Cazzo la fai a fare la sagra della castagna se le castagne non ce l’hai? Come se io un domani, mi sveglio e organizzo sotto casa, a Roma,  la Sagra del Tartufo di Montesacro. A Montesacro i tartufi non ci sono mai stati ma chissenefrega, li faccio venire da Alba, rimedio qualche fricchettone alternativo che fa le treccine giamaicane, due cinesi che disegnano il tuo nome (magari ci scrivono cotica e tu non lo saprai mai), due pachistani che fanno i guru in lievitazione ed ecco creato dal nulla il più grande evento autunnale di Roma.

Pago il mio cartoccio e mi rimetto in macchina.

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Montagne veronesi, a due passi dal Lago di Garda, una settimana dopo. Un cartello gigantesco attira la mia attenzione: Quarantaduesima Sagra della castagna di S. Zeno.

Aridaje, direbbe mio figlio.

Nonostante la delusione delle sagre laziali e abruzzesi, infatti, non resisto. La giornata è tiepida e soleggiata e forse vale la pena di tentare.

Arrivati in prossimità del paesino, gli organizzatori smistano i visitatori dirottandoli verso una serie di parcheggi allestiti per l’occasione. Un grande tendone ospita il punto ristoro dove per sette euro, puoi scegliere tra un primo a base di castagne (gnocchi, zuppe, risotto), una bibita e un dolcetto. Faccio la fila diligentemente e dopo pochi minuti sono seduta ad un tavolo, in compagnia di tedeschi venuti per l’occasione e di veneti ruspanti al terzo giro di vino rosso locale. Intanto, su un palco sfilano i vincitori del premio sulla migliore castagna dell’anno, o almeno così mi sembra di capire. Tra i giurati compare anche Katia Ricciarelli ma nessuno se la fila più di tanto. Sembra la Festa dei santi Martiri a Celano, quando i cantanti famosi si sgolano per un’intera nottata e nessuno applaude e loro, intimoriti,  prolungano i concerti per paura di rappresaglie del pubblico, cosa che peraltro si è verificata più di una volta.

A San Zeno, sotto il tendone, le celebrità non contano. Tutti ruminano.

Non facciamo in tempo ad alzarci che, nonostante la confusione, qualcuno ha già sparecchiato i nostri vassoi.

Inizia il giro tra le bancarelle. Questa volta solo formaggi locali, conserve e succhi di frutta di aziende agricole di zona, tartufi (del posto, s’intende) e un banchetto di sciarpette, cappellini e calzettoni fatti ai ferri da alcune signore indigene, modelli e colori che io non indosserei neanche morta, ma non più osceni di quelli peruviani o indiani dei nostri mercatini.

Finalmente le caldarroste, fumanti e profumate, spadellate direttamente dai grandi bracieri.

Mentre gusto l’antico sapore della castagna arrostita, do’ un’ultima occhiata alla fiera. Naturalmente, non un solo banco di cinesi, indiani, africani. Tutti gli espositori sono veneti doc, tutt’al più puoi trovare un paio di produttori della Lombardia. Ma stai tranquillo che il cinipide cinese, è stato fatto fuori anche là!

 

 

 

*per saperne di più:

http://ilcentro.gelocal.it/teramo/cronaca/2014/10/11/news/parassita-minaccia-i-castagneti-dei-monti-della-laga-1.10098693

http://www.brevanews.it/2014/05/16/vespa-del-castagno-terminata-la-lotta-biologica/

 

 

 

 

 

 

 

 

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LIEVITO PADRE

 

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Sulla scia dei rimedi fai da te, della new age, dell’aumento del reflusso gastroesofageo, delle coliti e dei gas intestinali, ecco finalmente la soluzione radicale, il toccasana che metterà fine alle nostre privazioni quanto a pizze, pane e focacce: il lievito fatto in casa.

Dicasi lievito madre ma sarebbe meglio chiamarlo lievito padre. La diffusione di questo elemento, diventato indispensabile nella cucina delle donne di un certo tenore sociale e culturale, è infatti affidato soprattutto ad uomini diventati improvvisamente custodi di un atavico segreto, pronti a rivelarlo dietro compensi inauditi.

A metà tra guru  e Banderas nella pubblicità del mulino bianco, questi nuovi santoni delle muffe organizzano corsi di preparazione del magico alimento, lezioni che vedono la concentrazione di signore in cerca di trucchi per rimanere giovani, sane ed appagate nel gusto  (e non solo, visto che poi una ripetizione privata con il santone del pane ci può sempre scappare).

Naturalmente, si accede ai corsi più fighi e più esclusivi grazie al passaparola tra amiche che vantano di benefici inauditi  in seguito all’assunzione e alla preparazione di pani davvero speciali. Il passaparola permette poi al santone di ricevere soldi senza alcuna ricevuta.

Il guru di turno, vestito di bianco che fa tanto trascendentale, ha già preparato sul tavolo gli ingredienti, acqua e farina in due parole, mentre con la mano protegge un piccolo montarozzo coperto da una pezza, la vera pietra filosofale di tutto il procedimento. Trattasi di un tocco di pasta di pane ammuffito antico, a detta sua, di cento cinquant’anni, una preziosa eredità lasciatagli dalla nonna di sua nonna, passata alla madre di sua nonna, alla nonna e, poiché a sua madre non gliene importava un fico secco di fare il pane in casa, arrivata direttamente a lui quando era ancora un ragazzo. Ora, seppure io faccia fatica ad immaginarmi questo tizio, più o meno della mia età,  all’età di quindici anni, occuparsi di quella cosa ammuffita invece di andare in discoteca, di farsi le canne e di  passare un sacco di tempo fuori casa con gli amici, se pure fosse stato così ligio ad accudire il lievito della nonna, mi chiedo, da un punto di vista igienico, dove ha passato tutto questo tempo la palla informe che mi trovo davanti, quante mani l’hanno palpeggiata e in che condizioni.

Mentre il mister racconta la storia del fossile lievitante, mi guardo intorno e penso che  questo signore, prima di inventarsi la stronzata del lievito, non era capace neanche di cuocersi un uovo al tegamino. Lui si accorge della mia diffidenza (forse è un vero santone e legge nei miei pensieri?) e passa immediatamente alla pratica, ovvero a come fare l’impasto, spiegandoci tutte le varianti con zucchero, yogurt, succo di frutta, che se ci aggiungi un pò di calce ne vengono fuori delle bombe batteriologiche che aumentano di volume un volta tirate in aria.

In ultimo, ci concede un pezzetto della sua palla spugnosetta con fare cerimonioso, manco fosse il miracolo dei pani e dei pesci.

Le signore pendono dalle sue labbra e fanno domande da cui si evince che loro, a casa, non hanno mai preparato neanche un banale impasto per la pizza e quindi quella del lievito madre si sta rivelando un’esperienza mistica. La vicenda si fa ancora più complicata quando il tizio spiega come mantenere in vita  il piccolo alien appena creato: bisogna nutrirlo con acqua e zucchero tutti i giorni e tenerlo in frigorifero. Io che mi sono sempre rifiutata di comprare il Tamagotchi ai miei figli per via della schiavitù che questo giochino comportava, mi ritrovo tra le mani una massa informe che mangia, respira e si riproduce ( e speriamo che non faccia anche il resto, che di lettiere bastano quelle dei gatti).

Finita la lezione e la pratica, ciascuna di noi avvolge la propria creatura in un panno portato appositamente da casa, sgancia la moneta al guru ed esce. E’ quasi ora di pranzo. Mentre stiamo per sparpargliarci dopo i saluti, una di noi propone di mangiare tutte insieme e scambiarci le nostre impressioni, un pò come gli apostoli. Un pranzo rapido prima di tornare a lavoro. Qualcuna guarda l’ora. Massì, dai, di corsa però. Dovrebbe esserci un McDonald proprio dietro l’angolo.

 

 

 

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Il Lungo, il Nuovo e il Pacioccone

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Proprio in questi giorni, seguendo tutto quello che avveniva in Italia, tra consultazioni politiche e Sanremo, mi è tornato in mente il titolo di questa canzone dello Zecchino d’Oro di tanto tempo fa. Il titolo originario era: il Lungo, il Corto e il Pacioccone ma nella mia testa è risuonato con quella storpiatura, il Lungo, il Nuovo e il Pacioccone.

Anche se il Lungo non mi dice niente, quanto al Nuovo e al Pacioccone, non ho alcun dubbio.

Seguire nello stesso giorno la creazione del nuovo governo, con Renzi che rottamava tutti i babbioni della scena politica italiana, e poi Sanremo, dove invece Fazio riesumava antichi cimeli della musica italiana, beh, c’era di che farsi venire le fibrillazioni.

Non ho condiviso l’accanimento dei mesi passati contro Renzi ed oggi, ad eccezione di due o tre déjà vus, vedere tutti quei visi nuovi nel parco macchine del Primo Ministro mi ha confortata. Non che io abbia capito bene chi siano e cosa facciano tutti quei ragazzi, ma insomma, voglio dare loro una chance. Invece, ancora nelle ora successive al giuramento, assistevo a colate di critiche e iettature da parte di nostalgici dei vecchi musi o di semplici gufi che stanno a guardare senza sporcarsi le mani.  

Al dunque, ho preferito cambiare canale.

Sono così approdata a Sanremo, dove Fazio e la Littizzetto si scatenavano sul palco con le gemelle Kessler, Raffaella Carrà nonché con il Mago Silvan, che si era autoimbalsamato con il botox e peccato che non gliene era avanzato un po’ per il collo, che gli penzolava come il bargiglio di un gallo cedrone.

E anche in questo caso, secchiate di critiche a Fazio, che lui è tutto perbenino, buonino, come l’angelo degli ospizi Rai e che questo modello non va più.

Insomma, come diceva la freddura sul perché, lungo le strade,  alcune mignotte accendono i fuochi e altre no, in Italia c’è chi la vo’ cotta e chi la vo’ cruda!

 

L’apparire, nello stesso giorno, di questi due animali da palcoscenico, Renzi e Fazio, così diversi tra loro  mi è sembrato un messaggio trascendentale: il passato è una garanzia (ma solo a Sanremo!) mentre il futuro deve fare a meno delle cariatidi, soprattutto in politica.

 

Renzi, che secondo me, già durante la prima conferenza stampa al Campidoglio si è dato una grattatina scaramantica, non ha esempi integerrimi a cui ispirarsi e ha dovuto inventarsi una squadra rivoluzionaria, piena di donne, spiazzando i vecchi abbonati di Palazzo Chigi che, a differenza di quelli della Rai, finalmente non staranno più in prima fila.

 

Fazio invece è stato cresciuto davanti a Carosello, la mamma aveva da fare in cucina e lui mangiava pappine guardando, con aria trasognata, l’energumeno seminudo che pubblicizzava i Plasmon, quella specie di Ercole che brandiva un martello davanti ad una colonna greca.

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Fazio, a mio avviso, è il miglior esempio che la troppa televisione non fa male, anzi.

Dai tempi di ‘Anima mia’, è fissato con il revival e più lui invecchia, più va a ripescare siglette, stacchetti e soubrette di altri tempi.

Meglio di qualsiasi processo di mummificazione, è capace di riportare in vita personaggi da museo, galvanizzando sul palco degli esseri preistorici che hanno fatto la nostra infanzia e la nostra adolescenza, quando si faceva merenda senza merendine, aspettando che svanissero le bande colorate sullo schermo e cominciassero i programmi.

Hai voglia a bollarlo come il bamboccione buono della televisione. Lui è un’acqua cheta.

Zitto zitto, con quella sua aria rassicurante da anticiclone della Azzorre, tra una Nilla Pizzi e un Aldo Fabrizi, ha fatto esplodere in mezzo al grande pubblico bombe biologiche come Saviano e Don Gallo, che qualcuno là fuori ancora rosica.

 

Insomma, Renzi e Fazio alternati, lo stesso giorno, sono come la sauna finlandese: rimettono in moto la circolazione, il pensiero, le idee. Potrei aggiungere gli ideali e le sane nostalgie.

 

E in fondo, come per la sauna, tra una sudata e una doccia fredda, il passaggio dall’uno all’altro non è così insensato: se anche Fazio a Sanremo ha le sue Nuove Proposte, Renzi ha il giubbino di pelle di Fonzie e, voilà, ecco affacciarsi i magnifici anni 60!

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LA TRISTE FINE DEI MANDRILLI

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Il fantastico articolo dedicato alla Regione Abruzzo sulla testata dell’Huffington Post di Lucia Annunziata, non poteva lasciarmi indifferente. Il titolo “Una giunta di mandrilli” con riferimento all’allegra comitiva di Chiodi, De Fanis e gli altri assessori abruzzesi, mi ha fatto schiantare dalle risate.

Quando ero adolescente, nei paesi della Marsica, l’ombelico dell’Abruzzo, era cresciuto il mito dei Torelli Marsicani, scopatori professionisti che d’estate andavano a Rimini e a Riccione a far felici le biondone tedesche e scandinave  e, una volta tornati, si confrontavano stilando classifiche, con tanto di voti, su chi  se ne  era fatte di più. Anche una volta cresciuti, i Torelli non hanno mai perso il vizio ma certo, con l’età hanno sempre meno chances.

Sarete state fortunate anche voi ragazze abruzzesi, direte voi.

A dire il vero, non ci possiamo lamentare, ma da qui a trasferire questa innocente predisposizione a un elemento indispensabile alla candidatura di ‘uomo che conta’, soprattutto in politica, beh questa è un’altra cosa.

Chiodi, De Fanis e i suoi “compagni di merende” (dal momento che di torte se ne  spartivano parecchie) non hanno neanche le physique du rôle, e, se proprio lo vogliamo dire, hanno perso quell’aria un po’ rozza del pastore o del montanaro che affascinava le straniere, nonostante  lo strano odore che proveniva dalle loro ascelle.

Questi nuovi signori d’Abruzzo, invece, profumati e avvolti nei loro abiti firmati da caghini, acquistati grazie ai generosi rimborsi avuti con i soldi pubblici, fanno un po’ pena.

De Fanis che stila un contratto con la sua collaboratrice per un numero garantito di prestazioni al mese in cambio naturalmente del posto di lavoro. Ma l’avete visto De Fanis? Non ha niente del torello, credetemi, una faccia da ebete che ti fa passare qualsiasi fantasia! Si è fatto crescere i basettoni per apparire più figo (vorrei sapere chi è il suo curatore d’immagine), ma  non è riuscito a nascondere la poderosa pappagorgia sotto il mento!

E’ arrivato fino al tentativo di avvelenare la moglie, registrando i conati di vomito della signora  che,  se non fosse  stata di sana  e abruzzese costituzione, magare quella sera stessa schiattava!

E Chiodi, tutto perbenino con i suoi occhialetti da intellettuale e l’aria emaciata, ve lo immaginate Chiodi i numeri che ha dovuto fare per individuare una preda – ancora una volta una sua assistente – e proporle una notte di sesso a Roma dietro compenso di un posto fisso?

…ma, anche lui, lo doveva fare! Altrimenti restava l’ultimo della classifica della Regione se non smarcava almeno una scopata clandestina e, anzi, che non è andato a mignotte come molti altri. Oddio, questo magari noi non lo sappiamo…

In attesa di aggiornare l’elenco dei presunti mandrilli, vorrei consolare  tutte le donne che si sentono offese e umiliate dai comportamenti dei politici. Certo, io posso parlare solo per quelli abruzzesi perché so come vanno le cose da quelle parti.

Non ci sarà galera o pena che li massacrerà. La vendetta verrà dalle donne, dalle proprie mogli. Hai voglia a domandare perdono!

Ora le vedete così comprensive, al fianco dei traditori e pronte a coprirli addirittura, come la moglie di De Fanis che a momenti non ci lasciava le penne.

Saranno queste femmine “cazzute” – è il caso di dirlo – la vera espiazione di questi imbecilli.

Una volta persi i soldi e i privilegi come mogli di uomini potenti, che magari potevano pure chiudere un occhio sulle scappatelle dei mariti, una volta tornati alla realtà del paesello o della cittadina dove la gente mormora e ti addita quando passi, saranno le mogli a pestarli di botte, la famosa ‘rotta d’ossa’ delle mie parti, o, meglio ancora, ad offrire loro una lunga vita coniugale d’inferno, possibilmente ai domiciliari! 

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Roma’s attitude

Se Woody Allen invece di farsi le canne e di guardare e riguardare ‘Vacanze Romane’ si facesse un giro vero in città, ripenserebbe al copione del suo film sulla capitale. Anzi, di film ce ne farebbe uscire un paio, ammesso che riesca a rientrare a Manhattan con tutta la sua attrezzatura prima che qualcuno gliela zotti*.
Roma rimane sempre bellissima, d’accordo, ma di poetico resta ben poco. E soprattutto ci sono i Romani, veri maestri di scorrettezze e di rifiuto delle regole.
Alcuni esempi.

In autobus
Non ho mai capito perchè, avendo a disposizione due porte su tre per salire, i romani preferiscano quella di centro, l’unica da cui scende la gente (ma non è detto, perchè molti scendono anche da quelle dove si sale e, se il conducente non le apre alla fermata, scoppia la rissa).
Io mi domando sistematicamente, alzando pure il dito come una deficiente, perchè si debba intralciare la discesa dei passeggeri quando le altre due porte sono libere.
La risposta in genere è un’occhiataccia della serie: ‘Fatte li fatti tua’.

roma.repubblica.it

La raccolta differenziata dei rifiuti
Pare, e dico pare, che anche a Roma sia iniziata, con cassonetti colorati per distinguere i vari tipi di immondizia. In realtà, non sempre si trovano e nei cassonetti ci gettano di tutto, neonati compresi.
La pratica meno diffusa in materia è il recupero delle pile e batterie usate, buttate tranquillamente ovunque, nelle aiuole, nei cassonetti per l’umido, lungo i marciapiedi che quando apri la portiera della macchina ooph, e insieme ai pacchetti di sigarette, ai fazzolettini usati, te ne sbarazzi in un attimo e qualche pila qua e là non fa male a nessuno e poi nessuno ti ha visto.
Decido di fare pulizia dentro casa e mi ritrovo con una busta di pile usate da gettare. Dovendo recarmi in un centro commerciale ne approfitto, mi dico ingenuamente, per farlo.
Il centro in questione, a Montesacro, è di uno squallore unico. Se penso che fino a qualche anno fa in quella zona si estendeva una delle ultime pinete di Roma entro il raccordo, mi viene da piangere: palazzi di nuova costruzione disabitati e scheletri di nuovi immobili che arrancano tra decine di gru. Di pini non se ne vede più l’ombra e neanche si ha più il ricordo.
Scendo dalla macchina con una busta di carta da riciclare e la sacca con le pile. Vestita di verde, nelle mani ogni genere di immondizie, all’AMA (società che gestisce i rifiuti) farei un figurone.
Il grande spazio commerciale, di rara bruttezza, accoglie famiglie con bambini che, invece che giocare nei prati o nei giardinetti all’aria aperta, si accalcano nel baby club allestito per permettere ai genitori di fare spese in santa pace.
Sembrano tutti contenti, mentre smanettano sull’ultimo modello di Iphone inviando messaggi per condividere con il mondo lo splendido momento che stanno vivendo. Le donne che cavalcano zatteroni di 18 cm, minigonne ascellari anche con i peli sulle gambe, tette in vista oltre il possibile. Gli uomini invece optano per finti look alla moda, bermuda e canotte incollate spesso a panze spropositate. Molti osano anche il sandalo con il calzino bianco.
Il numero di obesi, tra bambini e adulti è impressionante.
Me compresa, con le mie buste, sembra la scena di Man in Black dove, nella grande hall, si aggirano indaffarati gli alieni più mostruosi provenienti da tutte le galassie.

Mostro le pile al tipo delle informazioni (pensate questo luogo in degrado ne ha uno!) che mi dice che non esistono cassonetti per la differenziata ma solo normali cestini per piccole cose. Rispondo che non è possibile, che da qualche parte gli scatoloni dei vari negozi devono pure buttarli. Mi risponde che non sono affari miei e che mi devo cercare un cassonetto altrove.
Provo allora al grande negozio di elettronica, l’unico che non venda zozzerie per la casa d’importazione che la gente continua a comprare (ma sarà vero?).
Neanche là esiste un contenitore per lasciare le pile.
Ma come, le vostre pile e batterie, che dovete averne una caterva, dove le gettate? – chiedo un po’ alterata ad un factotum del negozio.
Questi, indispettito dal tono, mi risponde: “Aho, stai manzo**, che alle cose nostre ce pensiamo noi. Vatte a cercà ‘na discarica!”.
Avrei voluto registrarlo e farlo sentire al suo datore di lavoro, ma ho desistito, memore degli avvertimenti di mio figlio che, se non la smetto, prima o poi, a Roma mi gonfiano di botte.

Sono riuscita a trovare un cassonetto per la carta e la plastica ma mi sono portata dietro le pile per una settimana, fino a quando un commesso di un altro centro commerciale si è preso la briga di ritirarle promettendomi di gettarle insieme a quelle del magazzino.
Ho voluto crederci, esasperata, ma la notte il senso di colpa per non essermi accertata in prima persona dello smaltimento, mi ha provocato degli incubi.

ecoblog.it

Parcheggio
Con la Seicento di mia suocera, con lei e sua sorella ottuagenaria al seguito, decidiamo di andare al ristorante. Grazie al fatto che è un venerdì sera di luglio e che molti sono partiti, trovo parcheggio davanti al locale, botta di fortuna per non dire qualcos’altro.
Terminata la cena, allietata da discorsi sull’artrosi e articulazioni dolenti con qualche excursus sulla menopausa, non vediamo l’ora di sederci in macchina e tornare a casa.
Peccato che la nostra macchina sia bloccata da due grandi BMW i cui i proprietari stanno sicuramente cenando nel ristorante.
Evitando di suonare il clacson, cosa che non avrebbe sorpreso nessuno a Roma, vado a parlare direttamente con i camerieri pregandoli di avvertire i conducenti dei SUV.
Con molta calma, quando già svariate ginocchia stavano cedendo grazie all’umidità della sera, si presenta un boro con aria scocciata per essere stato distolto da un piatto di crudo da paura.
Mi guarda, guarda con aria schifata la Seicento, decorata nel frattempo dai piccioni, e commenta:
– Oggi nun è proprio la mia giornata. Ndo parcheggio parcheggio, me vengono a chiamà che me devo spostà!
– Certo – gli rispondo – se lei si ostina a parcheggiare in doppia fila, ci sta che gli altri debbano pure uscire…
– Gli altri… gli altri! E’ che a Roma, se te metti a cercà un parcheggio come se deve, giri pe’ un ora e la macchina la metti in culo alla luna! – ribatte sempre più convinto.

Io lo guardo con attenzione e aggiungo:

– Beh, non mi sembra di trovarmi davanti un paralitico! Qualche metro a piedi potrebbe anche permetterselo.
– Magari a esse paralitico che così c’avevo pure il permesso per gli handicappati!

Fidanzate racchie
Mio figlio, rivolgendosi ad un amico che ha rimorchiato una ragazza non proprio carina gli domanda:
-Che stai a usci co’ oscar?
E l’altro:
– Co’ chi? Oscar?
-Co’ Oscar, Oscardabagno!

* Traduzione: glieli freghi, glieli rubi.
**Vuol dire ‘Stai calmo!’ E’ la versione romana di ‘Resta zen!’ solo un po’ più convincente!

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Quando la vongola rubò la scena ai Rolling Stones

Parigi, 21 giugno. Festa della musica. Dopo una giornata stile inverno con pioggia, vento e grandine, il meteo si ricorda che quel giorno entra l’estate e fa una tregua. Alle sette di sera, quando la maggiorparte dei concerti della giornata era stata annullata a causa del tornado, gruppi di musicisti escono titubanti dai loro ripari e occupano le loro postazioni cominciando a strimpellare in attesa dei grandi eventi tanto attesi in tutta la città. I Francesi, richiamati dalle note ma, soprattutto dall’assenza di pioggia che imperversa oramai da mesi, mettono il capino fuori come le lumache, increduli di poter uscire senza ombrello, ma ben coperti: 15 gradi a giugno fregherebbero chiunque.
Io e le mie amiche italiane di quartiere, smaniose quanto mai per l’arrivo dell’estate, sia pure solo sul calendario, decidiamo di darci appuntamento davanti al pescivendolo che, per l’occasione, ha allestito un buffet insieme a tutti i commercianti della strada.

Parentesi. I Parigini adorano le feste di quartiere. Organizzano delle tavolate per la strada dove ognuno porta qualcosa, in genere immangiabile, tipo scatolette, terrine di fegato, formaggi puzzolenti, e tutti possono conoscere i rispettivi vicini tra un morso alla baguette e un sorso di Bordeaux.

Memori di questa passione, i nostri fornitori si sono dati da fare, puntando soprattutto sul pezzo forte della serata: la pasta con le vongole.

Naturalmente la mia amica Patrizia era ben informata in quanto PR della comunità italiana del quartiere e dunque aveva diffuso la notizia: non dovevamo perdercela per nessuna ragione. Bisogna dire che il cuoco volontario della serata è un cuoco autentico, un tale Giancarlo da Potenza che cucina da Dio. All’arrivo, dentro una padella enorme, notiamo un vero sugo di vongole con tanto di aglio, peperoncino, prezzemolo e pomodori ciliegina dei più succosi, come da manuale. L’olio pure è di quelli buoni. Si fa sul serio.
La gente si accalca intorno al buffet. Giancarlo intanto getta chili di pasta nell’acqua bollente e noi italiane siamo tutte là, come tante sarrapiche, che lo tempestiamo di domande cercando di carpirgli segreti culinari.

Il momento si avvicina: occorre scolare gli spaghetti al dente e insaporirli ancora un po’ nel sughetto. E di fronte alla pasta, scatta la frenesia di noi tutte, non sia mai passi la cottura!
Prendiamo dunque in mano la situazione: chi scola, chi gira, chi si appresta a fare i piatti, smadonnando perchè l’unico vino che viene versato nei bicchieri è sempre il solito maledetto rosé che ai Francesi piace tanto ma che, dio santo, con le vongole! Per non parlare del mal di testa che ti assale la notte per via del tannino! Pazienza, questo passa la maison!
La pasta ha assorbito tutto il sughetto, le vongole decorano in abbondanza ogni porzione, la gente si lancia, si schizza, s’impatacca, si impicca ad arrotolare gli spaghetti, mentre noi, veri maghi delle forchette ci godiamo il risultato di tutto quel trambusto.

In lontananza si sente qualcuno che suona le cover dei Rolling Stones.

Arrivano altri curiosi. Putain, des pâtes italiennes!
Calma ragazzi, ce n’é per tutti.
Il salumiere, un portoghese che si spaccia per italiano, dà fondo al rosé e comincia a sparlare, ma noi lo perdoniamo perchè la porchetta e il S. Daniele di rara bontà, sono tutto merito suo.
Un cameriere tailandese offre delle chips al gusto di aragosta: ‘e levati, con ‘ste schifezze! – gli grida la mia amica Teresa -Tiè, mangiati un piatto di pasta.
E quello degusta, gusta e capisce che gli dice un gran culo che i Francesi non possano permettersi tutti i giorni delle raffinatezze come quella e che dunque, si accontentano di frequentare il suo locale.
Qualche italiano, in preda al rosé, comincia a delirare, proponendo di aprire un ristorante, sì, con la formazione di questa sera, il cuoco e le signore che, senza di loro, quella meraviglia non si sarebbe potuta mangiare. Si farebbero un sacco di soldi, insiste. ‘Bevi Giovà – gli dice la moglie – che domani te sei scordato tutto!’
Intanto gli ospiti di strada aumentano e non si sa come, questi parigini, tra una forchettata e un’altra, tra una vongola e l’altra, si fanno prendere la mano e cominciano a raccontarci i fatti loro, del secondo matrimonio e dei figli acquisiti che era meglio niente. ‘Ma voi come vi trovate qui in Francia? Dovremmo farlo più spesso’ , frasi che, in qualsiasi altro momento, non oserebbero mai pronunciare, loro, così schivi (per non dire scontrosi).
Una bionda dall’aria squinternata mette le mani nella pentola per rubare una vongola ma Teresa contrariata, a momenti non la infilza con una forchetta,’ ‘sta cafona’ le sussurra, e così quella si rimette in fila per la seconda razione.

Avanza della pasta, non si può sprecare. Ancora passanti, avvicinatevi, ne vale la pena.
Finalmente il pentolone è vuoto.

Nella notte, gruppi di persone si ritirano soddisfatti delle esibizioni canore dei gruppi musicali più famosi del momento Noi tutti, invece, sordi a qualsiasi altra musica, chiudiamo a limoncello e cantuccini, che anche là, il tailandese non la smette più di stupirsi, che lui, più che un pezzo di cocco come dessert non sa che inventarsi.

Salutiamo i nostri amici Galli, oramai ‘mbriachi, che favoleggiano di prossime vacanze in Italia, che è stato fantastico, che siamo fantastici, il cuoco poi! E che grande Paese, il nostro!

E già, penso, un paese dove un piatto di vongole fa dimenticare persino lo spread.
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TALE GATTO, TALE PADRONE

Sono sempre stata circondata da animali, da compagnia e non.
Nel giardino condominiale dove giocavo da bambina, c’erano sempre un sacco di cani e gatti randagi che noi adottavamo e che nascevano, crescevano si riproducevano finché un giorno sparivano ed erano rimpiazzati da altri.
Poi, dopo essere andata a vivere da sola, ho preso con me una cagnetta randagia, mentre gatti di ogni tipo frequentavano il mio giardino romano, convivendo pensino con i topi che si aggiravano indisturbati perchè tanto i gatti, a loro, preferivano lo Sheeba.
Con l’arrivo di mio marito siamo passati definitivamente ai felini perchè, secondo non so quale criterio, più adatti alla vita di appartamento.
Ora, tutta questa vicenda che il gatto si gestisce più facilmente di un cane mi sembra, permettetemi, una cretinata.
A parte il fatto che i gatti appena vedono una finestra aperta cercano di scappare, facendosi tutti i cornicioni della città e piombando nelle case dei vicini che non sempre apprezzano, soprattutto qui in Francia. Da cui immaginate la nostra casa, piena di finestre, balconcini, parapetti, che apri la finestra e chiudi la porta, chiudi la finestra apri la porta, io non faccio altro che fare il vigile urbano a casa mia. La signora delle pulizie è oramai sull’orlo dell’esaurimento nervoso e impone la stessa cosa anche nelle case altrui, dove animali non ce ne stanno e la gente potrebbe tenere in contemporanea tutto aperto e godersi una bella correntella d’aria. Ma lei niente, sembra S. Pietro ed è tutto un via vai di porte che sbattono, finestre bloccate, un delirio.
Dicevo che, a parte quest’aspetto delle continue fughe delle povere bestiole e aggiungerei, il cambio della lettiera, c’è il problema del cosiddétto ‘calore’, momento in cui il tenero micio si trasforma nel protagonista di un film dell’orrore, sostituendo ai dolci miagolii, delle grida spaventose, soprattutto di notte. Inoltre, in questa fase, il micio marca il territorio con schizzetti puzzolenti che la casa profuma come la latrina della Stazione Termini.
La maggiorparte della gente e dei veterinari ricorre, senza pensarci un secondo, alla castrazione, ponendo fine a questi inconvenienti. In Belgio, un decreto impone questa operazione a tutti i gatti, randagi e domestici: neanche Erode avrebbe potuto escogitare  un provvedimento del genere ma sai, i Belgi …
Ma vi rendete conto dell’egoismo umano? Trasformare a tutti i costi le bestie in innnocui peluche da appartamento?
Mio marito, uomo di grande senso pratico, sia pure malvolentieri, ha proposto questa soluzione per il nostro Mazzini (nome del gatto), benché questo non spisciottasse neanche in giro come fanno di solito i gatti.
Lui prende dunque appuntamento dal veterinario ma, guarda caso, proprio quel giorno ha una riunione importante e delega la questione a me, contraria sin dall’inizio a questa crudeltà.
Mi reco comunque in ambulatorio per avere ulteriori informazioni a riguardo e, eventualmente, decidermi a farlo operare.

La veterinaria mi spiega con non chalance il tipo di intervento, dicendo di non preoccuparmi che è una cosetta da niente. Cosetta da niente il corno, le dico, pensa te lo facessero a te o quel bellimbusto di tuo marito!
Poiché a casa ho anche una gatta non sterilizzata, vado un po’ più nel dettaglio:
“Scusi, ma dopo l’operazione, il povero Mazzini puo fare…roba? ‘ le domando.
Lei mi guarda con aria interrogativa.
“Si, insomma -le dico – è in grado ancora di fare… qualcosa?”
“Signora, mi sta chiedendo se il suo gatto, dopo l’operazione, può fare sesso? – precisa con quel tono saccente tipico dei Francesi.
“Le sto chiedendo esattamente questo. Immagino non potrà riprodursi ma almeno…’
“Certo che no – mi dice sorridendo, come a darmi della scema – il suo coso non funzionerà più.
“Ma allora è una vera crudeltà! – continuo – Come possiamo noi decidere di privare gli animali di questo … piacere?
“Signora – continua quella interdetta – ma non bisogna fare proiezioni … su un gatto!
Ah, voi italiani! Sempre un pensiero in testa! Il gatto è felice anche così – cerca di convincermi dato che in quel modo potrà scucirmi due-trecento svanziche.

Guardo Mazzini che si aggira irrequieto sul lettino: pare abbia capito che stiamo decidendo dei suoi attributi. Lo rimetto nella gabbietta e le dico che non se ne fa niente, che non ho il coraggio.
Persino mio marito stavolta era dalla mia parte, perchè anche lui non era proprio convinto di avere un gatto eunuco per casa.

La veterinaria comunque deve aver raccontato del nostro incontro a tutto il personale dell’ambulatorio, dove la nostra coppia, in quanto italiana, gode oramai di un’ottima reputazione di lussuriosi che tutti ci invidiano. Quando andiamo a comprare le cibarie per il nostro zoo, i vari dottori e le commesse ci guardano ammiccanti, alzando il sopracciglio come a dire ‘gli abbiamo dato sotto anche stanotte, eh?’

Al che noi glielo facciamo credere, esibendo stupidi sorrisini di complicità e un’aria emaciata di chi ha dormito poco.
Proprio come chi ha è stato sveglio perchè i suoi due gatti hanno ululato tutta la notte!

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LaPoste: come è andata a finire!

Beh, avevo dimenticato una cosa nel mio racconto.
Da brava italiana francesizzata, per lasciare un passaggio della mia richiesta e poter in seguito lamentarmi con quelli delle Poste (che avevo sottovalutato!), avevo scritto all’ufficio Consumatori delle Poste. Avevo dunque riempito, on-line, un formulario in cui bisognava specificare il motivo della comunicazione e, non essendoci una voce che corrispondesse al mio caso (Spedizione di denaro in busta aperta, senza indirizzo), avevo selezionato la voce: ‘Reclamo per mancata consegna della posta”, lasciandomi andare ad una descrizione dettagliata di quanto successo in un altro campo.
E’ là dentro che ho spiegato la faccenda e aggiunto il mio nome, il mio telefono, indirizzo di casa e indirizzo e-mail.
Dopo che avevo già ritrovato il malloppo, ricevo ben tre lettere da LaPoste e tre comunicazioni via e-mail.
Le prime sono delle scuse ed un invito a pazientare che loro stanno facendo il possibile per riparare a questo grave disservizio.
Al che, io rispondo all’e-mail cercando di fermare la catena di S. Antonio che si era innescata nei vari servizi clienti/consumatori di tutta la Francia. A differenza di quanto sarebbe successo in Italia, ognuno faceva il mea culpa.
Li rassicuro dicendo che avevo ritrovato tutto, siete stati fantastici, arrivederci e grazie.
Oggi mi arriva un’ultima lettera contenente un buono, un buono, capite? da usare in qualsiasi ufficio postale per qualsiasi tipo di operazione. Il tutto per scusarsi del mancato adempimento del servizio.

Morale: se proprio non vi riesce di essere precisi in Italia, venite a fare gli svampiti in Francia!

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LADY GAGA E’ UNA COZZA E MADONNA E’ FINALMENTE INVECCHIATA

rirebox.com

Era un po’ di tempo che volevo dire qualcosa a riguardo, ma dopo l’ultimo concerto di Madonna a Istanbul non ho resistito.
Titolo sul giornale: Madonna, l’ultima provocazione.
Pare che la signora, che sulla provocazione ha costruito un impero, abbia mostrato la tetta ai fans turchi durante il concerto, probabilmente la sola cosa che ricorderanno di quell’evento vista la monotonia della musica, sempre la stessa.
Sono andata a vedere il video: non è che c’avesse tutta ‘sta carrozzeria, probabilmente perchè le protesi stanno in via di scadenza e sta aspettando la sostituzione.
E’ vero che, grazie al bisturi, al botox e riempimenti vari, appare ancora una bella donna, scatenatissima, che ce l’avessi io tutta quell’energia sul palco, e piegati e alzati, e chinati e salta e su e giù! Fantastica, ma…avete sentito il testo delle ultime canzoni?
Lei continua a definirsi ‘girl’, una ragazzina, perchè teen ager è troppo lungo e le crea qualche problema di ritmo nelle canzoni. Ma te sei vista? C’hai 54 anni. Sul web qualche tempo fa giravano delle foto sue in un camerino dove si vedeva ‘nature’, senza guaine contenenti, che anche ad Istambul ne indossa una di tulle nero che, con quella, sono una figa pure io.
Nel filmato non autorizzato, che pare l’abbia fatta arrabbiare parecchio, muscoli delle braccia che dondolano effetto saliera e due interni coscia flaccidi resistenti anche a Somatoline Menopausa, a ore estenuanti di palestra e ai suoi costosi massaggiatori.
Insomma, dicevo, ma ce ne vogliamo fare una ragione? Il tempo passa e mica solo per noi comuni mortali.
Visto che, dopo i recenti flop, lei punta solo a testi ammiccanti e a trovate che possano risvegliare interessi erotici, fatti venire nuove idee, dico. Non che a questa età non si possano trovare spunti del genere: basta scrivere un testo su un badante cubano, un fisioterapista polacco e sai quanti nuovi proseliti e proselite verrebbero ai tuoi concerti! Capace che anche mia madre o mia suocera comprerebbero il biglietto. A quel punto la platea sarebbe pure meno esigente: una sculettata, ‘na mossa, come si dice a Napoli, li farebbero andare in estasi. Pensa che economia in termini di stress, coca, ormoni e anabolizzanti!
Invece no. Dagli a fare concorrenza a Beyonce, a Rihanna che quelle hanno trent’anni di meno e un fisico da paura. E allora che fa? Oggi la tetta, domani il sedere e infine il bacio saffico con la prima che capita, che fa sempre scandalo, ma adesso per fortuna neanche più troppo.
A questo proposito, vi ricordate di quando si è fatta fotografare con quell’altra, la sua replicante, Lady Gaga? Ecco, questa è veramente un cesso. Non che i cessi non debbano cantare, per carità. Però una cozza come lei che si ricrede, che è invitata dagli stilisti a sfilare sulle passerelle di tutto il mondo, mascherata da tacchino, mi dà ai nervi. Allora meglio Ruby!
Lady Gaga non si mostra mai senza un paio di occhialoni, una maschera da crostaceo, un travestimento da pennuto. Adesso ha pure preso una botta in testa durante un concerto in Nuova Zelanda che ha finito di rovinarla.
Pure lei a corto di idee, ha lanciato un concorso per maschi italiani da usare come donatori per un’inseminazione artificiale. Si vede che nella realtà, nessuno la vuole tocca’, manco con una canna!
Glielo dico sempre alle mie amiche: meglio noi, insulse, sconosciute donne di mezza età abituate a convivere con le rughette, la cellulite e il rilassamento cutaneo.
Noi senza passerelle ma circondate da maschi italiani che dividono con noi l’alcova, la vita e che magari ci illudono chiamandoci ancora ‘Piccola’!

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VIVA LAPOSTE ! (Dove la Francia guadagna mille punti)

Sabato sera. Trafelati come al solito, io e mio marito usciamo per andare a festeggiare la cresima del figlio di amici. Prepariamo la busta con il regalo che, si sa, i ragazzi oggi preferiscono l’argent. Prendo anche una lettera da spedire che giaceva là, sul mobile dell’ingresso da tanto tempo.
Lungo il percorso, ecco una buca delle lettere. Scendo al volo, infilo la mano nella borsa e imbuco la lettera… anzi no…imbuco la busta con i soldi! Cerco di riacchiapparla ma quella è già stata ingoiata dalla cassetta e io rischio di trinciarmi le dita in quella specie di tagliola delle famigerate boites à lettre di Parigi.
‘Noooo, merde! – esclamo con un intercalare francese che mette subito in allarme mio marito che lui, queste cazzate, non le fa mai.
Non c’è bisogno che io gli spieghi: lui ha già capito che ho volatilizzato la discreta sommetta destinata al regalo. Scende per acquisire possibili informazioni utili al recupero ma si rende conto che non ha speranze.
Risale in macchina rivolgendosi a me con con una serie di epiteti (che mio marito non usa gli insulti veri e propri, è da cafoni) da cui si evince il suo livello di incazzatura. Il massimo, come dire ‘codice rosso’ per i terroristi.
Mi ignora per tutta la serata, furioso di aver dovuto staccare un nuovo assegno per colpa mia.

Domenica.
Purtroppo per me, la predica continua anche perchè io non smetto di combinare guai, anche dentro casa. Colpa dei gatti (i suoi) che mi svegliano alle 5 ogni mattina, dico. Loro sì che possono distruggerci casa: lui li perdona sempre con un sorriso indulgente che a me è negato.
Gli prometto che faro’ almeno un tentativo alle Poste. Anzi a LaPoste.
Mi guarda schifato, a farmi comprendere l’assurdità della mia affermazione.

Lunedì.
Lui esce di buon ora. Io mi sveglio con calma.
Mi vesto e arrivo all’ufficio postale di zona.
Spiego che voglio recuperare una busta aperta con dei soldi dentro, cui compare l’intestazione ‘LORENZO – 2 giugno 2012’.
I tizi all’informazione si sganasciano dalle risate e mi spiegano che purtroppo non c’è niente da fare, che la posta è già stata raccolta e smistata da macchinari incapaci di riconoscere la busta di Lorenzo.
Io intigno.
Mi reco all’ufficio di quartiere dove trovo un tipo più simpatico che, alla mia richiesta, comincia a farsela sotto dal ridere ma non lo da a vedere e mi suggerisce di provare all’Ufficio Centrale. La mia aria da svampita impietosisce l’impiegato e, quando gli domando a che ora ritirano la posta nella strada dove ho buttato i miei soldi, mi da qualche speranza.
‘Intorno alle 10.30. Deve sbrigarsi.’
Sono le dieci. Ringrazio e salgo in macchina di corsa per piazzarmi di guardia vicino alla cassetta. Parcheggiata in doppia fila, mi sento come Nanni Moretti nel film Caos calmo.
In macchina, con il computer acceso perchè ho da fare cose urgenti, un pacco di biscotti e il telefono, attendo che un furgoncino giallo si degni di passare da queste parti.
Intanto intorno a me succede di tutto.
Inizia un trasloco, con il montacarichi che ingombra la strada e, udite udite, la società del Gas di Francia comincia a trivellare la strada per una riparazione accanto al mammadrone dei traslochi. Un autobus, di quelli doppi, lungo mezzo chilometro, si incastra tra me, che sono in divieto di sosta, il camion dei traslochi e richiama la polizia municipale.
Questi arrivano e mi ordinano di spostarmi nonostante sia impossibile perchè non c’è margine di manovra. Io spiego che non posso muovermi perchè devo sorvegliare la boite à lettre. I poliziotti mi guardano allibiti e davanti a cotanta insolenza, decidono di non perdere tempo e se la prendono con gli operai dei traslochi, costringendoli a spostarsi per far passsare l’autobus.
Io me ne resto dunque in macchina, un occhio fisso alla scatola gialla.

Le 11.30. Non si vede un cane. Finalmente passa un fattorino, uno di quelli che distribuisce la posta. Capisco che è il mio uomo. Salto fuori dall’auto e lo blocco chiedendogli informazioni sugli orari di ritiro delle lettere, spiegando che devo recuperare una busta con dei soldi marcata ‘Lorenzo’.
Non ne sa niente ma è pronto a collaborare. Inizia a fare un giro di telefonate tra i suoi colleghi e si offre di darmi una serie di numeri telefonici da contattare.
Mi risiedo in macchina per prendere nota e decido di sacrificare un rossetto Dior per scriverli sul retro di una multa che trovo sotto il cruscotto. Lui è sempre più sconvolto.
Lo ringrazio e, sempre dalla mia postazione da Caos calmo, comincio a fare telefonate a destra e a manca spiegando il mio problema.
Innesco una reazione a catena. Tutti cominciano ad appassionarsi alla questione. La busta di Lorenzo sembra essere diventata una sfida pet tutti i magazzinieri del LaPoste di Parigi e ciascuno di quelli contattati mi promette che si farà vivo per aggiornarmi sullo stato della ricerca.
Sono le 15.00. Ricevo infine una telefonata da una sede periferica del LaPoste dove mi si dice che, con molta probabilità, le lettere ritirare dalla mia cassetta sono state portate in un deposito X di Parigi di cui mi forniscono il telefono.
Ore 16.00. Telefono e mi annuncio come la signora della Busta di Lorenzo.
‘Et bien, madame – esclama una voce soddisfatta – l’abbiamo trovata!
Mi scapicollo al deposito, lascio la macchina in doppia fila e faccio irruzione nel magazzino dove una decina di impiegati è intenta a smistare quintali di lettere.
‘Dove crede di andare? – mi intima una voce.
‘Moi, je suis la dame de Lorenzo! – esclamo fiera.
Che ve lo dico a fare, tra un po’ il tappeto rosso mi stendevano. Sembravo la Regina d’Inghilterra, anzi la Regina della Posta! Ecco che il responsabile scende con il bottino ritrovato e mi porge la busta con molta solennità:
‘Controlli bene che non manchi niente – aggiunge.
Ma dove siamo? In Italia una busta con dei soldi, aperta per di più, non sarebbe arrivata neanche nel sacco dell’addetto al ritiro: una manina si sarebbe materializzata dentro la cassetta nel momento in cui io infilavo le banconote.
Verifico comunque e gli stringo la mano, tirando fuori un vassoio di pastarelle per premiare tutti quelli che avevano partecipato alla caccia al tesoro.
Mi dicono che non era necessario che anzi, almeno avevano avuto una giornata movimentata, diversa dal solito (loro…..sapessi io, come un autistico dentro la macchina tutto il giorno!).
Quando mio marito apprende la notizia è incredulo e loda la mia perseveranza, che certo io avrei definito in un altro modo, un po’ più volgare. Ma posso sempre dirlo in francese che fa più chic.
Ma sì va’! Ho avuto cul, j’ai eu de la chance, vive la France!

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